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Israele, attacco ai migranti nel quartiere Shapira

Gli esponenti più radicali della maggioranza di destra alla Knesset ora fanno a gara nel presentare proposte per «cacciar via e subito» gli africani, almeno 50.000 e senza permesso Sharon Rotbard e Muki Tsur qualche anno fa, nei loro libri, avevano provato a spiegare come la «città bianca», Tel Aviv, fosse diventata anche una «città nera», popolata nella sua periferia, nei suoi sobborghi, di decine di migliaia di migranti: in maggioranza di pelle scura, giunti dal Sudan, dall'Etiopia dall'Eritrea, ma anche asiatici. 

In qualche modo avevano cercato di avvertire che questa crescente presenza di africani abbandonati a se stessi in rioni poverissimi della «città che non dorme mai» e «regno del divertimento», avrebbe portato a un'esplosione. Governo e comune di Tel Aviv non hanno ascoltato, o più probabilmente hanno scelto di non vedere e sapere. Inevitabile lo scontro tra poveri, tra israeliani che vivono in condizioni di estrema precarietà e chi arriva nel paese, quasi sempre illegamente, credendo di trovare in Israele un lavoro per sostenere la famiglia rimasta in Africa o soltanto per sfuggire alla guerra nel suo paese e chiede asilo. 

Haim Mula, un abitante del quartiere di Shapira, più povero persino di alcune aree della vicina Giaffa, popolate da palestinesi, è stato incriminato per aver lanciato sette bombe molotov contro altrettanti appartamenti abitati da migranti: 10-15 persone in un paio di stanze. Sono i più fortunati a vivere in queste abitazioni perché tutti gli altri trovano riparo dove possono o dormono per strada, tra il parco davanti alla stazione degli autobus di Via Levinsky e Derech Kibbutz Galuyot. Non sorprende che Haim Mula sia considerato un eroe a Shapira e qualcuno lo ha imitato lanciando una bottiglia incendiaria contro un asilo frequentato da bambini africani. 

Per la sua gente ha solo fatto quello che «dovrebbero fare tanti altri» per avviare l'espulsione dei migranti che il governo Netanyahu stenta a far partire. La tensione è altissima nel quartiere. Si levano ogni giorno voci contro la presenza dei migranti, la convivenza è una parola sconosciuta da queste parti e il fuoco si è trasformato in un incendio quando i media hanno riferito che tre giovani eritrei erano stati arrestati perché sospettati di aver stuprato una ragazzina di 15 anni. L'esame del dna ha scagionato i tre africani ma non è servito a mutare il clima che si respira a Shapira. «Tanti abitanti di Shapira sono razzisti, accusano i migranti di tutto, dall'aumento della criminalità agli abusi sessuali. Sbagliano ma è ingiusto riversare solo di su loro la responsabilità della situazione nel quartiere», spiega Ronnie Barkan, un attivista di Tel Aviv impegnato a sostegno dei diritti palestinesi e per la giustizia sociale in Israele. «A Shapira le condizioni di vita sono terribili - aggiunge Barkan - gran parte delle famiglie è poverissima, costretta a lottare ogni giorno per sopravvivere. Persone che ora vedono il loro quartiere invaso da africani che non hanno nulla, che sono costretti a fare i bisogni in strada. Pensano che gli africani siano colpevoli di tutto e non comprendono che la responsabilità è di chi in Israele ha abbandonato Shapira e i migranti al loro destino». 

Sottoproletariati israeliani contro africani privi di tutto che sognano l'occasione per costruirsi un futuro migliore. Lasciati insieme in una sorta di discarica sociale, a combattersi tra di loro. Lo pensa anche il deputato Dov Henin (Hadash, sinistra). «Gli abitanti di Shapira dicono e fanno cose inaccettabili ma non sono dei carnefici, anche loro sono delle vittime», dice Henin «il governo e il comune di Tel Aviv per troppo tempo hanno chiuso gli occhi davanti alla realtà e pensano di sfruttare a scopo politico la rabbia di questi cittadini israeliani». Lo hanno capito le associazioni di sostegno ai profughi africani che si sono mobilitate per denunciare la gravità della situazione. «La responsabilità politica degli attacchi ai migranti - afferma Reut Michaeli, presidentessa del Centro di aiuto ai lavoratori stranieri - va addossata al premier Netanyahu e al ministro degli interni Eli Yishai che hanno fatto tutto il possibile per sobillare e per alimentare l'odio», nei confronti di quanti sono giunti dall'Africa. 

Gruppi di estrema destra si sono distinti nel creare nel rione un'atmosfera ostile nei confronti dei migranti. Gli esponenti più radicali della maggioranza di destra alla Knesset ora fanno a gara nel presentare proposte per «cacciare via e subito» gli africani, almeno 50mila e senza permesso. Il più attivo è il deputato Danny Danon del Likud che, come spiega sul suo sito, ha elaborato un piano per espellere l'80% dei migranti nel giro di due anni. D'altronde lo stesso premier Netanyahu ripete da tempo che i «clandestini» sono una minaccia concreta allo stesso carattere ebraico di Israele. Nel novembre 2010, il governo israeliano ha deciso di costruire un centro di detenzione che può contenere migliaia di migranti nel Negev e sta completando un muro di 250 km lungo il confine con l'Egitto.

da "il Manifesto", Michele Giorgio

Usa, donne immigrate ripetutamente violentate nei campi agricoli

Centinaia di donne e ragazze immigrate che lavorano nei campi di raccolta degli Stati Uniti, ogni giorno rischiano violenze sessuali e molestie. Secondo Human Right Watch, le autorità statunitensi e i datori di lavoro non le offrono protezione. L'attuale disegno di legge in discussione al Senato degli Stati Uniti il "Violence Against Women Act "(VAWA) sarebbe un grande passo avanti, ma non basta a risolvere il problema. 

Il rapporto di 95 pagine evidenzia dettagliatamente la problematica quotidiana di queste donne estremamente vulnerabili. "Stupro, stalking, toccante indesiderate, esibizionismo, o parole volgari e oscene dalle autorità di vigilanza, dei datori di lavoro, e altre persone che si trovano in posizione di potere. La maggior parte delle contadine intervistate hanno dichiarato di aver ricevuto un simile trattamento. Gli abusi si denunciano difficilmente sul posto di lavoro per la paura di subire tremende rappresaglie". Coloro che hanno presentato reclami di molestie sessuali o violenza alla polizia, lo hanno fatto tramite avvocati e assistenti sociali. 


"Invece di essere apprezzate per il loro contributo alla nazione, queste lavoratrici immigrate sono soggette ad un sistema di immigrazione e diritto del lavoro fragilissimo". Vengono praticamente "escluse dalle protezioni di base che, la maggior parte dei lavoratori americani, danno per scontate" dice Grazia Meng, ricercatrice di Human Rights Watch e autrice del rapporto. 


La relazione si basa sulle interviste ad oltre 160 contadine, avvocati e membri del settore agricolo, fornitori di servizio, polizia, e altri esperti in tutto il paese. Sono state intervistate  donne che lavorano in California, North Carolina e New York. Ad esempio, una donna ha denunciato che, in California, un supervisore di una società di lattughe l'ha violentata e, subito dopo, minacciata: "dovresti ricordarti che è grazie a me che hai questo lavoro". Spesso,  se le donne resistono alla violenza, questi predatori minacciano di chiamare l'ufficio immigrazione ( se "illegali") o licenziarle. "Le donne Farmworker si sentono completamente impotenti di fronte agli abusi delle autorità di vigilanza o dei datori di lavoro" dice Meng. 


In america, almeno il 50 per cento della forza lavoro agricola è costituita da immigrati irregolari, che temono costantemente la deportazione e la violenza. Spesso gli immigrati irregolari che hanno subito abusi, passano per delinquenti e arrestati, perché non in regola con i documenti. Anche la piccola percentuale di lavoratori agricoli immigrati che lavorano con il visto, sono molto vulnerabili. Il loro status giuridico dipende esclusivamente dal suo datore di lavoro. Uno schiavismo legalizzato.

Cambogia, uccisa ragazzina durante una manifestazione contro gli espropri

Una ragazzina di 15 anni, che stava protestando contro l’esproprio di un terreno, nella provincia di Kratie (Cambogia orientale) è stata uccisa dalle forze di sicurezza. La polizia le ha sparato un colpo in testa durante la manifestazione contro la decisione delle autorità di dare quel terreno a una società che progetta lo sviluppo di una piantagione di gomma. 

La polizia dichiara che gli agenti hanno sparato dopo un chiaro tentativo di affronto della folla armata di bastoni e balestre. I manifestanti e altri testimoni invece hanno riferito ai mass media locali che circa 400 agenti hanno represso la manifestazione di circa 200 abitanti del villaggio. 

Secondo le fonti ufficiali la ragazzina sarebbe stata colpita di rimbalzo da un proiettile. Il governatore di Kratie, Sar Chamrong,  ha accusato gli abitanti dell’area di aver cercato di occupare la terra illegalmente. 

La quindicenne non è la prima vittima degli espropri. Il mese scorso era stato ucciso Chut Wutty, un attivista impegnato a guidare la lotta di alcune popolazioni indigene contro lo sfruttamento di una foresta protetta. La polizia lo ha ucciso mentre viaggiava a bordo di un’auto.

Le autorità dicono che il terreno in questione è di proprietà del governo, ma gli attivisti sostengono che gli abitanti del villaggio hanno coltivato la terra per molti anni e non hanno altro posto dove andare se la società privata s’impossessa dei terreni.

Louisiana, i detenuti nelle carceri private valgono oro per i direttori. E nei Cie italiani?

Nella terra degli esportatori della democrazia, rinchiudere una persona in prigione è un gioco da ragazzi. Un carcere stracolmo non tocca le coscienze.  Nello Stato della Louisiana c'è il più alto numero di carcerati al mondo, il triplo rispetto all'Iran di Ahmadinejad e sette volte di più nella Cina dittatoriale. Secondo i quotidiani locali della Louisiana, dietro a questi numeri preoccupanti si nasconde un crudele giro d'affari: la maggior parte dei detenuti è infatti incarcerata in prigioni private, che alimentano un business da 182 milioni di dollari all’anno. Più detenuti, più produci ricchezza per il privato.

“Le sentenze di carcerazione sono troppo lunghe. In Louisiana un ladro di macchine può prendere tranquillamente ventiquattro anni di carcere senza libertà condizionata, chi è coinvolto in affari di droga può rimanere in carcere a vita. Ogni dollaro speso per alimentare il business delle carceri è un dollaro in meno per le scuole, gli ospedali e le infrastrutture” dichiara il direttore del carcere di Angola, Burl Cain.

I proprietari delle prigioni, non vogliono abbassare il numero di crimini per cui è richiesta la detenzione. A loro interessa sbattere dentro le persone. Ogni detenuto vale 24,39 dollari al giorno di rimborso da parte dello Stato. All'interno delle carceri non ci si occupa del recupero e del reinserimento. In Louisiana un adulto su 86 è in carcere, oltre il doppio della media nazionale. Un uomo di pelle nera su quattordici è dietro le sbarre, uno su sette è o in prigione o in libertà condizionata. 

Piccola parentesi conclusiva: Ecco il motivo per cui in Italia conviene mantenere aperti i Lager di Stato (Centri di Identificazione ed Espulsione). Tutto è business. In tutto il territorio nazionale questi luoghi di detenzione vengono a costare un infinità di denaro allo Stato Italiano senza produrre nessun effetto umano ed economico. Attraverso il bando, esce fuori la società che si giudica l'appalto e gestisce il centro di identificazione. Per queste società i migranti, detenuti senza aver commesso nessun reato, sono dei numeri e vengono chiamati "ospiti". Queste persone fruttano alle società appaltatrici milioni di euro per 3-4 anni di gestione. Come mai le società prendono tutti questi soldi e i migranti detenuti non hanno neanche le lenzuola e ricambi?

Come si sa, per aggiudicarsi un appalto bisogna giocare al ribasso. Il caso eclatante lo abbiamo visto più di qualche mese fa quando si è aperto il bando del Cie di Modena e ci si è scannati per la questione di profitto.  Oltre al gioco del ribasso, la base d'asta era inferiore del 70% rispetto a quello in scadenza. Le cose sono due: o prima si elargivano risorse pubbliche eccessive, facendo intascare fior di quattrini a qualche signorotto oppure ora si è deciso di ridurre la qualità del servizio. La proposta della cooperativa Misericardia (di Daniele Giovanardi) era di superiore al prezzo base di 30 euro a prigioniero, ed è stata fatta fuori. Sinora nei due centri (Bologna e Modena) la Misericordia riceveva 75 euro per ogni immigrato.

Mentre si gioca a fare lo Zio paperone, all'interno di quelle celle ci sono esseri umani trattati come merce da macello.


Yemen, continua la guerra dei droni

Continuano incessantemente a sparare i soldati yemeniti appoggiati dagli americani contro i ribelli di "al-Qaeda" ( così di solito vengono chiamati) nella penisola arabica (Aqap) nel sud dello Yemen. Nell'ultimo raid aereo, nella parte orientale della città di Loder, nella provincia meridionale di Abyan, sono stati uccisi 16 miliziani. Altri sei soldati yemeniti sono rimasti feriti durante gli scontri con un gruppo di militanti ribelli, vicino l'ingresso meridionale della citta' di Zanjibar, capitale della turbolente provincia di Abyan. Nelle offensive degli oltre 20mila soldati yemeniti lanciate sabato scorso per riconquistare posizioni nel sud del Paese, da mesi nelle mani di gruppi legati alla rete terroristica, sono già stati uccisi 128 persone, tra cui 892 jihadisti, 20 soldati, 16 civili e 10 miliziani pro-regime. 


In Yemen gli americani stanno stanno facendo una guerra di Droni. In precedenza utilizzati in Afghanistan e in Pakistan dal 2001, nella Striscia di Gaza nel 2008 e in Libia nel 2011 per attaccare le forze di Muammar Gheddafi. A giugno il "Los Angeles Times" raccontava della “costellazione di basi di droni americani che l’amministrazione stava costruendo tra Etiopia, Seychelles, Djibouti e Penisola Arabica”. Obama sembrerebbe orientato a puntare l'obiettivo direttamente dal cielo. Sembrava intenzionato ad abbandonare i teatri di guerra come Iraq e Afghanistan. Forse lo farà ma sta aprendo nuovi obiettivi da guerra. Se i droni sono il futuro del controterrorismo, lo Yemen ora è il laboratorio.

Il Perù punta dritto al gas delle terre indigene protette

Il Perù sta segretamente e attivamente cercando nuove riserve di gas all’interno delle aree tribali protette, in flagrante violazione delle leggi che proibiscono lo sviluppo di simili progetti. La Riserva Nahua-Nanti si trova nel Perù sud orientale ed ospita alcune tribù amazzoniche incontattate. 


Al suo interno si trovano anche ampi giacimenti di gas, a cui ci si riferisce globalmente con il nome di progetto Camisea. Il progetto, che include trasporto e distribuzione di gas naturale, ha prodotto effetti negativi pesanti sia a livello sociale che a livello ambientale nelal vialle del Urubamba, nell'amazzonia peruviana. Soltanto il mese scorso, nonostante che nella riserva di estenda già il 75% di un grande deposito di gas, il Ministero peruviano alle Miniere e all’Energia ha autorizzato il Consorzio Camisea a condurre ulteriori prospezioni nell’area. 


La storia di Camisea iniziò nel 1983, quando la Shell scoprì i giacimenti di gas nella conca dell’Ucayali. Nonostante varie trattative con il governo peruviano per lo sfruttamento del gas, l’impossibilità di giungere ad un accordo soddisfacente spinge la Shell, consorziata con la Mobil, ad abbandonare il progetto nel 1998. Un anno dopo, la concessione di sfruttamento del gas per un periodo di 40 anni viene affidata al consorzio composto da Pluspetrol (Argentina) - principale investitrice e direttrice delle operazioni -, Hunt Oil (Stati Uniti), SK Corporation (Corea) e Hidrocarburos Andinos (oggi Tecpetrol del Perú, controllata al 100% dal Gruppo Techint). Le operazioni di sfruttamento del giacimento sono iniziate nel 2003.


Oggi, il Perù è andato decisamente oltre, lasciando trapelare i progetti di sfruttamento del primo giacimento petrolifero statale all’interno dell’area legalmente protetta. Secondo le informazioni di cui Survival è entrata in possesso, il nuovo sito petrolifero si chiama Fitzcarrald, è di proprietà della Petroperu e dovrebbe essere sviluppato ad est del Blocco Camisea numero 88. Se confermata, la sua collocazione taglierà in due la Riserva Nahua-Nanti e metterà immediatamente in pericolo le vite delle tribù incontattate. 


“Non c’è alcun dubbio che il governo stia tentando di fare a pezzi i territori indigeni per consentire la prospezione del gas” ha dichiarato l’organizzazione indigena peruviana FENAMAD, “e questo provocherà tra i popoli indigeni genocidio ed etnocidio”. I nuovi progetti violano apertamente il Decreto Supremo del 2003, che proibisce qualunque nuovo sfruttamento delle risorse naturali all’interno della Riserva Nahua-Nanti. “Questi passi, non solo pregiudicano il futuro dei popoli indigeni e delle tribù contattate che vivono nella riserva” ha commentato oggi Stephen Corry, direttore generale di Survival International, “ma oltretutto sono assolutamente illegali. Le esplorazioni di gas e petrolio condotte in questa stessa area anni fa avevano decimato le tribù ed è quindi sorprendente che il governo si stia preparando a vedere ripetersi la storia, incurante di qualsiasi conseguenza”.


Fonti: 
Survival International

Mali: la peggiore situazione dei diritti umani negli ultimi 50 anni

In un rapporto pubblicato oggi, dal titolo "Cinque mesi di crisi, tra rivolta armata e colpo di stato militare", Amnesty International ha denunciato la catastrofica situazione dei diritti umani che si sta verificando in Mali. 

Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare il nord del paese, sconvolto dai combattimenti, e decine sono state arrestate arbitrariamente, stuprate o uccise. "Dopo due decenni di relativa stabilità e pace, il Mali sta affrontando la peggiore crisi dal 1960, l'anno dell'indipendenza" - ha dichiarato Gaetan Motoo, ricercatore di Amnesty International sull'Africa occidentale, appena rientrato da una missione di tre settimane nel paese. 

"L'intera regione settentrionale è caduta nelle mani dei gruppi armati che stanno portando avanti la rivolta. Decine di migliaia di persone hanno lasciato la zona, creando una crisi umanitaria nel sud del Mali e nei paesi confinanti" - ha aggiunto Motoo. Nel corso della recente missione, i delegati di Amnesty International hanno visitato la capitale Bamako e quattro campi profughi nel Niger, circa 200 chilometri a nord di Niamey, la capitale nigerina.

Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, le donne e le ragazze sono state stuprate, spesso in gruppo, da uomini armati, compresi i membri del Movimento nazionale di liberazione dell'Azawad (Mnla), un gruppo armato tuareg, in particolare nelle zone di Menaka e Gao. 

Una studentessa di 19 anni rifugiatasi a Bamako ha raccontato alla delegazione di Amnesty International: "Erano le 8 di sera, stavo andando a vada di un'amica con una compagna di scuola. Ci hanno bloccato una motocicletta con due Tamasheq (Tuareg) e un'automobile piena di uomini armati e di donne fatte prigioniere. Uno dei due a bordo della moto indossava una divisa militare. Ci hanno detto che dovevamo andare con loro al campo perché avevano bisogno di donne. Abbiamo detto di no. La mia amica ha provato a dire una bugia, che era incinta. Uno dei Tamasheq mi ha costretto a seguirlo in una casa disabitata. Gli ho detto che avevo le mestruazioni. Mi ha ordinato di stare zitta. Gli ho mostrato il sangue e mi ha chiesto 'Che è quella roba?' e poi mi ha stuprata". 

Tutte le parti in conflitto hanno commesso violazioni dei diritti umani. Nella città di Sevare, 630 chilometri a nord di Bamako, i soldati dell'esercito del Mali hanno commesso pestaggi ed esecuzioni extragiudiziali contro persone prive di armi accusate di essere spie dell'Mnla. Altri sospetti sono stati portati in uffici non registrati come centri di detenzione, come la Direzione generale per la sicurezza dello stato. Soldati maliani catturati dai gruppi armati sono stati a loro volta sottoposti a maltrattamenti e ad esecuzioni sommarie. 

I delegati di Amnesty International hanno riscontrato la presenza di bambini soldato tra le fila dei gruppi armati tuareg e islamisti che hanno assunto il controllo del nord del Mali.  


Fonte: Amnesty International

RDC, militari accusati di stupro di massa


Sette soldati e un comandante dell'esercito della Repubblica Democratica del Congo (RDC) sono stati arrestati per il coinvolgimento in uno stupro di massa a Fizi, nella provincia del Sud-Kivu. Cinquanta donne hanno riferito di essere state violentate nella sola notte del 1 ° gennaio di quest'anno.

Le atrocità sarebbero state commesse dopo che un soldato ubriaco ha tirato fuori una pistola contro un civile. "Il ragazzo è stato portato in ospedale e dopo qualche giorno è morto" dice una testimone. La gente, si è accanita contro il soldato e i militari per ripicca "hanno cominciato a saccheggiare il villaggio, a saccheggiare i negozi e violentare le donne."

Un portavoce di Medici Senza Frontiere (MSF) nel Sud Kivu ha raccontato che una donna è stata trattenuta con le corde e picchiata con calci di fucile, tutto sotto gli occhi dei loro figli.

Il tenente colonnello, Kibibi Mutware, è stato identificato da alcune vittime e dei testimoni, come il comandante dei soldati che avrebbe commesso e ordinato lo stupro di massa. L'ONU ha dichiarato che il numero delle vittime è ancora incerto, si aspetta il rientro di tutti gli abitanti che sono stati costretti a fuggire durante il massacro.

Amnesty International ha detto che gli eventi di Fizi "sono un altro esempio lampante delle conseguenze dell'impunità che godono le forze armate congolesi". Questo lasciar passare come nulla fosse, aumenta e legittima le atrocità commesse dai militari. "Il più delle volte le indagini nella RDC non sono mai portato a termine", ha detto Amnesty.

Andrea Onori

L'impero a rischio. Contromisure dei governi contro la rivoluzione


Il giovane tunisino di 26 anni, Mohammed Bouazizi, laureato e disoccupato, che si è cosparso di benzina e dato fuoco per protesta contro la chiusura della piccola bancarella di frutta e verdura abusiva, ha fatto scatenare una rivoluzione senza precedenti.

Il ragazzo è deceduto il 4 gennaio scorso, ma continua a vivere nella mente di milioni di giovani ribelli. Si sta rapidamente trasformando in un simbolo per milioni di arabi scontenti e arrabbiati con i loro governanti dittatori, che affamano la popolazione.

Anche l'Algeria ha visto massicce proteste di piazza contro la carenza di alloggi popolari, la corruzione e la disoccupazione. Ben quattro giovani hanno simulato Bouazizi. Mentre, in Mauritania, dove il cinquanta per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà con 2 dollari al giorno, domenica è stato ricoverato un uomo dopo che si è dato fuoco al di fuori del palazzo presidenziale.

Nella città mediterranea di Alessandria, lunedì scorso un giovane egiziano si è dato fuoco perchè non riceveva più il pane sovvenzionato. Mentre, ieri, un altro ragazzo si è cosparso di benzina e dato alle fiamme per la perenne precarietà in cui viveva. Giovani che muoiono, giovani che si ribellano.

L'Egitto, un paese di 85 milioni di persone, poco tempo fa ha attuato un programma economico, d'intesa con la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la US Agency for International Development (USAID), che comprende la riduzione dei sussidi per i prodotti alimentari di base e l'energia. Il programma ha privato a milioni di egiziani del sussidio e non contento, il governo insieme alla regia delle banche internazionali, ha alzato i prezzi dei prodotti, lasciando la popolazione alla fame.

Altri governanti arabi e filo-occidentali - sotto sollecitazione dei gerarchi economici mondiali - stanno attuando programmi simili promettendo investimenti e sviluppo. Tutto a spese dei poveri. Uno scempio che porta alla ribellione contro i despoti territoriali e un avvertimento alle "alte cariche mondiali" che questo gioco non funziona più.

Gli eventi in Tunisia hanno costretto parecchi governanti autocratici arabi a prendere atto delle crescenti frustrazioni del popolo. Per non far sfociare una rivoluzione anche nei loro paesi, furbamente hanno deciso di sospendere le loro politiche del taglio.

In Giordania, il re Abdullah II, un alleato chiave degli Stati Uniti e Israele, che ha avuto l'appoggio occidentale dopo la morte di suo padre re Hussein nel 1999, reprime la sua popolazione. In questi giorni, i giordani,in decine di paesi e città, hanno protestato contro la disoccupazione dilagante e i prezzi elevati degli alimenti .

In Siria, i media statali ieri hanno riferito che il governo del presidente Bashar Al-Assad avrebbe in mano un sostegno finanziario diretto di circa 11,00 dollari al mese a circa 415.000 famiglie. Dopo gli eventi della Tunisia, il dirigente del partito Baath a Damasco, ha detto che vorrebbe invertire i suoi piani per tagliare i sussidi per paura delle rivolte. Così, almeno in teoria, avrebbe aumentato i suoi aiuti alimentari per lottare contro i prezzi elevati.

Il Kuwait prevede di fornire razioni alimentari gratuitamente a tutti i kuwaitiani a un costo di 818 milioni di dollari, così come una sovvenzione diretta di 3.561 dollari in denaro una tantum a tutti i kuwaitiani.

In Egitto - la più grande nazione araba, in termini di popolazione - il governo, che è entrato in carica nel 2005, si dice soddisfatto del proprio lavoro. I media locali hanno riferito che il presidente Hosni Mubarak, sovrano del Paese dal 1981, ha ordinato ai ministri di ridimensionare qualsiasi discorso di tagliare i sussidi energetici o pane. Paura di crollare.

In Mauritania, uno dei Paesi meno sviluppati della regione, il governo ha annunciato misure per aprire 600 negozi e vendere il riso sovvenzionato, zucchero, olio e farina di frumento. Il governo ha anche detto che si trattava di prendere misure per "aumentare le opportunità di occupazione". I leader dell'opposizione hanno sminuito le misure e hanno dichiarato che non sono sufficienti a combattere la "fame del paese e la corruzione". Per loro è solo propaganda.

In tutta la regione araba, i sostenitori del governo si affrettano ad affermare che la Tunisia è un caso eccezionale e che la rivoluzione non può essere ripetuta in altri paesi arabi. La paura di questi giovani arrabbiati c'è e tutto si vede in queste propagande ipocrite dei governi che promettono niente più tagli e tanta prosperità. Come in Italia che si promette da 40 anni, ma alla fine non cambia mai niente.

Andrea Onori

Il Maghreb brucia tra i grandi affari con l'Europa e il silenzio dei mass media


I mass media in coro la chiamano la rivolta del pane e raccontano le violenze e le atrocità di un regime come se stessero raccontando un fatto ormai passato. Sanno benissimo che i problemi della Tunisia e dell'Algeria sono ancora più profondi e ricoducibili a un sistema dittatoriale che imprigiona la libertà e la dignità della popolazione.

Il Paese governato dall'ex militare Ben Ali, è impregnato negli affari economici e politici con la maggior parte degli Stati europei. Mentre, negli ultimi giorni si aggrava il bilancio delle vittime (si parla di 50 ragazzi uccisi e tantissimi altri feriti), la leggera stampa italiana, racconta gli episodi di violenza come se fosse una partita di calcio. Si tace perchè conviene alle nostre tasche.

Ben Ali è tutto per la Tunisia. E' al potere dal 1987 dopo un colpo di Stato. Da allora, il rigido dittatore, non ha voluto più sentire critiche e sentenze da parte della popolazione civile. Ha governato il Paese col pugno di ferro, imbavagliando la stampa e tenendo i cittadini sotto sorveglianza. Tutto gira secondo quanto lui preferisce.

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato (firma i decreti presidenziali, nomina le alte cariche della repubblica, ha diritto di grazia e di commutazione della pena, assegna decorazioni), è capo del Consiglio dei ministri (lo presiede, nomina e rimuove il primo ministro del Supremo consiglio di sicurezza), è responsabile della difesa nazionale (anche come capo delle forze armate) guida la politica estera e ha il diritto di organizzare e indire referendum.

"La chiusura di ogni spazio d'espressione non lascia che la rivolta e la strada come mezzo di contestazione - ha denunciato il principale partito d'opposizione algerino, il Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd) - Davanti a una miseria dilagante, lo Stato risponde con il disprezzo, la repressione o la corruzione". Mentre, il ministro dell'interno ha annunciato il pugno di ferro: "I tribunali saranno aperti e sono già stati coinvolti nei casi di giovani presi in flagrante reato di vandalismo o furto", ha detto senza mai precisare il numero degli arresti effettuati finora.

Una dittatura tremenda riassunta dallo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun: " Un giorno, mentre mi trovavo in Tunisia, innervosito e a disagio per la presenza della polizia, mi lamentai con un amico di quel clima di alta sorveglianza. E lui, sorridendo, rispose: Che altro ti aspettavi da un Paese governato da un ex poliziotto e da una Parrucchiera".

ITALIA - TUNISIA

A legittimare la sua rigidità ci pensa l'appoggio unanime della Francia in particolare e di tutti gli Stati europei in generale. La Tunisia, o meglio il potere e la classe dirigente tunisina, (che non ha nulla a che vedere con la popolazione che soffree e si dispera) è in contatto stretto e continuo con l'Europa, anche con il nostro Paese.

"Il rapporto tra Italia e Tunisia è ormai da anni amichevole, intenso e eccellente. Hanno un intenso dialogo politico ed hanno instaurato un ampio partenariato in vari settori: economico-commerciale, energia, lotta al terrorismo internazionale ed alla criminalità organizzata e al contrasto all’immigrazione clandestina" fa sapere la Farnesina. Entrambi i Paesi ovviamente si sfruttano a vicenda per fare i loro porci comodi, lasciando i cittadini in balia della povertà. Nel nome della falsa "sicurezza" di una minoranza ipocrita di politici e colletti bianchi, si mette a disposizione della morte la sicurezza collettiva.

L’Italia è il secondo partner commerciale, sia come cliente che come fornitore, della Tunisia, che rappresenta il secondo mercato di sbocco per i prodotti italiani nel Mediterraneo, dopo la Turchia. Le principali esportazioni verso la Tunisia sono i macchinari di varia tipologia ed i tessuti, seguiti dai prodotti petroliferi raffinati. Le nostre importazioni riguardano principalmente i settori del tessile e quello calzaturiero, seguiti dagli idrocarburi.

"Rilevante ed articolata è la presenza dell’imprenditoria italiana in Tunisia: sono circa 680 le aziende italiane operanti nel Paese, con un numero di addetti che supera le 55.000 unità e un totale di investimenti di circa 216 milioni di euro" fa sapere il ministero degli esteri. Inoltre, la Farnesina ci fa sapere, tra lo stupore che " la Tunisia presenta caratteristiche ideali per gli investitori italiani, grazie alla vicinanza geografica, alla stabilità politica e sociale". Si parla di stabilità politica e sociale e non di un cambiamento in un paese ormai colmo di letame repressivo e dittatoriale.

ITALIA - ALGERIA

"L’Italia ritiene di prioritaria importanza assicurare un adeguato sostegno alla stabilizzazione e al consolidamento dell’Algeria". Così si legge nel sito del ministero degli Esteri.

Lo scopo di questo intrallazzo lo si può capire nelle parole successive che disegnano la strategia italiana. L'Algeria è un "partner d’interesse strategico per il nostro Paese in considerazione della condivisione degli obiettivi della creazione di un’area di sicurezza e prosperità nel Mediterraneo, della lotta contro il terrorismo internazionale e la criminalità organizzata e del contrasto all'immigrazione clandestina".

Frequenti sono gli incontri e gli scambi di visite tra i due Paesi e i tradizionali rapporti politici tra Algeria ed Italia, sono stati sanciti dalla firma nel 2003 del Trattato di Amicizia, Cooperazione e Buon Vicinato, che prevede la realizzazione di periodiche consultazioni, alternativamente in Italia ed in Algeria, al più alto livello politico ed istituzionale.

In tale cornice si è svolto ad Alghero, il 14 novembre 2007, il Primo Vertice italo-algerino, presieduto congiuntamente dal Presidente del Consiglio Prodi e dal Presidente della Repubblica algerina Bouteflika, primo evento di tale portata realizzato dall’Italia con un Paese non europeo.

.I principali prodotti esportati dall’Italia sul mercato algerino sono quelli siderurgici e i macchinari di vario tipo, mentre tra i prodotti importati spiccano gli idrocarburi, prevalentemente gas naturale, che rappresentano circa il 98% del nostro import dall’Algeria.

Le esportazioni di gas algerino verso l’Italia avvengono per la maggior parte tramite il gasdotto Transmed, che collega l’Algeria alla Sicilia passando per la Tunisia, la cui portata è pari a circa 34 miliardi di m³ annui. In questi ultimi tempi sono stati avviati i lavori per la costruzione di un nuovo gasdotto, il GALSI, che collegherà direttamente l’Algeria con la Sardegna e la Toscana, la cui entrata in funzione è prevista entro la fine del 2014.

Particolarmente rilevanti sono gli interessi di ENI ed ENEL nel Paese, entrambi presenti nel settore dell’upstream (ovvero, il processo di esplorazione e di produzione di oli e idrocarburi) e del midstream ( l'industria che lavora, conserva, commercializza e trasporta prodotti come petrolio grezzo, gas naturali, gas naturali liquefatti), nonché delle aziende attive nel settore dell’ingegneristica e delle infrastrutture energetiche.

La Farnesina ci fa sapere che "negli ultimi anni si è considerevolmente rafforzata la presenza delle imprese italiane in Algeria (oltre150 ad oggi), attive soprattutto nei settori energetico e infrastrutturale (in particolare trasporti, ferrovie e settore idrico) e dei servizi ad essi collegati, grazie anche alle numerose aggiudicazioni di appalti e commesse ottenute dalla nostre aziende".

Per tutti questi motivi e per tanti altri, i mass media italiani preferiscono parlare di "rivolta del pane". Non raccontano la sofferenza e la morte della popolazione inerme che soffre e si dispera. E sempre per questo motivo, imprenditori e politici, calano il silenzio tombale.

Andrea Onori

Togliete le mani dalla Somalia

L’intero continente africano è stato ininterrottamente adoperato dalle compagnie internazionali come un grande recipiente di risorse da succhiare. Molte compagnie, insultando i diritti umani, nel nome della sfrenata logica del profitto, hanno predato e violentato per anni l’intero territorio africano. Stefano Napoleoni, che da bambino suonava le poesie di Fabrizio De Andrè, credeva in un mondo migliore.

Oggi, crede ancora in quel delirio adolescenziale ed è dinamico più che mai. Si impegna e collabora per portare avanti la sua filosofia. “La mia idea – dice Napoleoni - è distante dal vortice speculativo delle multinazionali. Ho pensato di creare una società che, pur traendo degli utili, desse un contributo di assistenza essenziale e reale da un punto di vista farmaceutico con prodotti buoni.” Stefano Napoleoni ha portato farmaci di qualità in Somalia. In una terra invasa da prodotti scarsi e taroccati, da alimenti scaduti e dall’indifferenza generale.

Anche in Somalia le compagnie internazionali hanno appoggiato le loro mani rapaci procurando disastri quasi irreparabili. Dico quasi perché nulla è irreparabile. “In particolare – afferma Stefano Napoleoni - la cooperazione italiana degli anni 80 in Somalia è stata devastante. Sono stati sperperati miliardi su miliardi per una stabilità politico - sociale e per una ricostruzione che non si è mai vista.”

Per fare un esempio, racconta che lo stabilimento di Farmitalia, costruito a Mogadiscio, costò decine di milioni di dollari, sovradimensionato per le esigenze del posto. Successivamente, furono costretti a inventarsi un rifinanziamento per “acquistare” i farmaci da essi prodotti. “Ogni impianto industriale ha un piano di ammortamento, tu devi tarare il tuo investimento sulla reale possibilità di vendita sul posto, questo piano di ammortamento costò svariati milioni di dollari e quindi fu un fallimento. Questo tipo di cooperazione in Somalia è meglio che non ci sia più.”

LA TERRA DEI “SIGNORI DELLA GUERRA”

La Somalia, dopo l’indipendenza del 1960, ha percorso molteplici difficoltà politiche e sociali e, a partire dagli anni ottanta, si trova in una di guerra civile permanente.

Nel 1969, un colpo di stato militare consegnò il potere al generale Siad Barre. Di lì a poco, iniziarono a modellarsi pianificazioni di guerriglia contrari al regime di Barre. Iniziò un’epoca di guerra civile a intervalli che, sebbene con diversi avversari, dura ancora oggi. “In passato – racconta Napoleoni - c’è stato qualcuno che passava segretamente le armi ai ribelli che combattevano contro Siad Barre. Attaccare direttamente il generale non si poteva, egli conosceva tanti segreti sulla cooperazione occidentale in Somalia. Quindi, sollecitavano la ribellione di nascosto.”

Nel 1991 Barre fu estromesso. La lotta continuò tra diversi gruppi tribali, accompagnati da una lunghissima e tremenda carestia in tutto il Paese. Il conflitto più sanguinoso si svolse nella battaglia di Mogadiscio che contribuì a aumentare l’inimicizia della popolazione locale. Gli americani si ritirarono nei primi mesi del 1994 provocando il fallimento della missione Restore Hope (UNOSOM).

L’ONU, pasticcione nel risolvere la situazione, anch’essa ritirò le proprie forze. Fu un periodo violento, contraddistinto dalla prepotenza dei “Signori della guerra” che sottomisero l’inerme popolazione. Verso la fine degli anni novanta e agli inizi del 2000, si avviarono trattative diplomatiche e conferenze di Pace. Ma le deboli istituzioni non ebbero successo nel consolidare il potere e a governare il paese.

Nel febbraio del 2006 i “signori della guerra” iniziarono una contesa dichiaratamente contro Al qaeda e l'integralismo religioso islamico visto come una minaccia alla loro esistenza. Le violenze continuavano, morivano autorità religiose e persone molto legate all’Islam, affiliati ad Al Qaeda e non. Moltissime persone, stanche e disperate, negli anni erano divenute integraliste. Nella seconda metà del 2006 le Corti islamiche riuscirono a riportare una relativa pace nelle città e nelle regioni che governavano.

LA TERRA DELLE MULTINAZIONALI

Le multinazionali non vogliono che arrivi il farmaco “etico”. La truffa colossale delle plusvalenze che le grandi aziende farmaceutiche esercitano a livello mondiale, impongono prezzi assurdi.
Le Multinazionali tendono a frenare le produzioni di prodotti naturali documentati e raccomandati dall’Oms.

La cura proposta da Stefano Napoleoni per la malaria costa 3 dollari mentre, la profilassi delle multinazionali, oltre a costare 150-200 euro, genera anche svariati danni e qualsiasi medico africano non approverà mai la profilassi standard occidentale che serve solo a fare fatturato alle grandi aziende.

Alle multinazionale ed alla mafia dei colletti bianchi non conviene affatto il lavoro di Napoleoni. Non è redditizio. “La malaria si cura con i farmaci orali, la tbc pure – dice Napoleoni – Un popolo malandato dal punto di vista della salute si domina facilmente, le risorse dell’africa si portano via a poco, e si rivendono a tanto".

PER UN'ALTRA SOMALIA

Stefano Napoleoni, sensibile alla causa somala auspica una pacificazione: “Io credo che in Somalia si può veramente ricominciare da capo con una cooperazione tra Shabab e governo”, aggiungendo che “i processi di pace non si applicano né con l’assistenzialismo e né con i bombardamenti”. Napoleoni sta portando avanti i suoi progetti con sinergie di azione tra imprese e Ong. Sarebbe davvero una violenza gratuita e una sconfitta portare aerei e riempire di fumo il cielo di Mogadiscio.

Sta coordinando in loco e in Italia la fattibilità di alcuni interventi mirati nel settore della salute, dell’accesso ai farmaci e valorizzando anche i “saperi locali” soprattutto della medicina locale che usa piante medicinali autoctone. Ciò è visto come il fumo agli occhi dalle multinazionali.

Non è facile muoversi controcorrente, di fronte ad un uragano che imperterrito guarda tutti i tuoi movimenti. ”Il problema del cartello dei prezzi dei farmaci – dice Napoleoni - è un problema reale, lo sanno tutti. Le aziende farmaceutiche negano di fatto l’accesso ai farmaci essenziali ai paesi in via di sviluppo perché sono abituate, nei paesi occidentali a fare delle plusvalenze esorbitanti, anomale e questo determina il cartello dei prezzi”.

Questo fa si che loro impediscono l’accesso ai farmaci essenziali ai paesi in via di sviluppo, perché nei paesi africani non c’è risposta. “Se tu fai pagare 4 euro la scatola di amoxicillina, nessun africano se la potrà permettere.” A loro non interessa la salute della gente, ma guadagnare sulla gente. “Io 1kg di amoxicillina la pago 24/30 euro al kg, e posso alla fine della filiera produttiva, metterla 60 centesimi di dollari a terapia. Io comunque guadagno dal 20 al 30 %.” Un guadagno che Napoleoni definisce etico.

La Tetrapharma è un impresa di produzione di farmaci “salvavita” e nasce da finanziamenti esclusivamente privati. All’interno del gruppo, ci sono tre somali come azionisti. “In Somalia, la carta vincente sono le piccole società non grandi colossi che succhiano risorse alla comunità internazionale, che creano cattedrali nel deserto e che costano miliardi su miliardi per poi specularci sopra.”

In Somalia Napoleoni non ha mai subito pressioni o tentativi di violenze da nessun gruppo: “Il governo e gli Shabab che si scontrano, li mette in sintonia una sola cosa: la denuncia contro i farmaci taroccati e cibi scaduti o di pessima qualità che arrivano da tutte le parti, anche da parte di alcune agenzie che si dichiarano umanitarie.”


LE PROBLEMATICHE SOMALE

La Somalia è uno dei Paesi più poveri e instabili al mondo. Secondo i dati Unicef la Somalia, ha un tasso di mortalità infantile molto alto: 225 bambini morti per 1000 nati. Le cause principali di morte sono la dissenteria, le infezioni respiratorie a la malaria (si stima che l’87% dei somali siano a rischio di malaria). Il sistema sanitario pubblico è completamente distrutto, la maggior parte delle strutture sono state aperte da Ong straniere.

Bisogna ricominciare, alzare la testa senza guardare al passato. “Dobbiamo creare formazione di lavoro nei più disparati campi: recupero, igiene dei mercati, dispense e la scolarizzazione…”. Il progetto di recupero deve continuare creando lavoro, scolarizzazione con progetti lunghi e non di due o tre anni. “Stiamo collaborando con un'altra Ong australiana che si chiama SAACID. Essa attualmente ha ben 34 progetti su Mogadiscio. Ripeto, le risorse messe in campo devono essere ben indirizzate, non speculative.”

Napoleoni conosce molto bene i Somali e la Somalia, conosce le loro esigenze e le loro speranze. “Io spero che un minimo di sharia, entro certi termini, ci sia. E’ una legge seria . Ad esempio c’è bisogno di controllo di tutte le schifezze che vengono portate in questi paesi, sia di natura farmaceutica che di natura alimentare.” Il grosso delle patologie in Somalia, va curato con farmaci orali. L’80 % delle patologie vanno curate con antibiotici, “mancano le cose più elementari, antibiotici di consumo ordinario che non hanno bisogno di particolari e costosi accorgimenti”.

RIFIUTI TOSSICI

So sopportano continuamente le aberranti violenze economiche e sociali fatte negli anni come quella dei rifiuti tossici e radiattivi nell’Oceano indiano: “lo sanno anche i sassi in Somalia cosa succede. Una delle motivazioni dei pirati, oltre a quelle economiche e etiche, è la ribellione contro le schifezze che le navi scaricano nell’oceano indiano, di provenienza europea.”

Fra 10 anni quando le correnti del mare, che certamente non potremmo fermare, ci porteranno quelle schifezze nelle nostre rive, i nostri grandi capi che hanno taciuto certe realtà come risponderanno quando anche i loro figli verranno contaminati dall’onda radioattiva? Potrebbero risolvere questi serissimi problemi quando e come vogliono “lo potrebbero fare anche adesso a tavolino, in qualsiasi momento anziché bombardare i barconi di gente povera e disperata che arriva in Italia.”

Andrea Onori

Zimbabwe: una vera scuola per i bambini di Mashayamvura

7 aprile 2010

Chiunque visiti la scuola primaria nel distretto di Zivakwe Chikomba, in Mashayamvura (Repubblica dello Zimbabwe), si accorgerà che la struttura può essere benissimo scambiata per uno squallido campo profughi. Quasi 139 alunni siedono su panche fatiscenti costruite con il fango e gli insegnanti in piedi di fronte ai bambini, per quanto sia possibile, impartiscono le lezioni.
“La scuola è stata allestita nel 2003 per consentire ai bambini, figli di agricoltori e provenienti da vari angoli del Paese, di continuare gli studi. Ci sono cinque villaggi che formano il nostro bacino di utenza e le famiglie di questi villaggi hanno appezzamenti di sei ettari ciascuno” dice in un’intervista ad una radio locale Wellington Ziya, il direttore della scuola.
Queste scuole costruite per dare un futuro migliore ai bambini sono molto lontane dai desideri iniziali. Le stanze sono dotate di fori e non da finestre, c’è una circolazione limitata di aria fresca che lascia un forte odore di chiuso. “I posti – dice ancora il direttore Ziya – sono solo cumuli di terra ed è molto difficile passare intere ore seduti. I bambini siedono lì dalla mattina fino al tardo pomeriggio, tornano a casa stanchissimi. Sembra che siano andati a lavorare nei campi.”
Qualcosa deve essere fatto per questi bambini e, in una riunione tra genitori e docenti, si è presa la decisione di costruire nuove strutture. Un famoso detto locale dice: “Mwari anobatsira vanozvibatsira” (Dio aiuta coloro che si aiutano). Così, i genitori, si sono mobilitati per innalzare un’altra struttura, più dignitosa, per queste piccole creature desiderose di avere vera scuola.
Invece di inviare sempre chiamate di soccorso al governo e di aspettare tempi burocratici e prese in giro, la popolazione si è rimboccata le maniche per dare un aiuto concreto al futuro dei loro figli. Dove lo Stato e la comunità internazionale non arriva o non vuole arrivare, per motivi economici e politici, la forza collettiva di chi non ha nulla da perdere, ma tutto da acquistare, è forte e solidale, dura da sconfiggere.
Ogni villaggio ha portato 5mila mattoni che sono stati utilizzati per la costruzione di una nuova scuola e, sino dall’inizio del progetto, i genitori (che lavorano in stretta collaborazione con quattro insegnanti dell’istituto) hanno iniziato a vendere il mais per acquistare il cemento e pagare la manodopera. Ciò costituisce una differenza importante rispetto alla tendenza in base alla quale, per anni, la maggior parte delle istituzioni e dei privati hanno speculato, spogliato e denutrito il continente africano. La dipendenza dalle ingerenze esterne è sempre stata una ricetta sbagliata e di rallentamento nello sviluppo della terra africana, negli ultimi decenni.
Il blocco in costruzione dispone di due aule e un ufficio, poi si proseguirà con la costruzione di un altro la cui fondazione è in procinto di essere deposta. L’aiuto arriva dalla vera scuola che costruisce un futuro e forse anche una clinica. Con la soluzione al problema delle aule a portata di mano, la prossima sfida più grande dell’istituzione scuolastica è quella di portare strutture per svolgere esami di Stato. Ad oggi non esiste un centro d’esame e i bambini sono costretti a viaggiare a Nhakayedu, in una scuola secondaria a circa 16 chilometri di distanza.
I bambini, quando saranno grandi, sapranno chi ringraziare e apriranno altri progetti più innovativi
Andrea Onori

Riapriamo Galkayo Hospital

Galkayo Hospital si trova nel nord della Somalia. Fino a pochi anni fa era una struttura sanitaria completamente attrezzata ed un punto di riferimento per tutta la regione somalia. Oggi, dopo la caduta del governo centrale, è diventata l’ombra di se stessa. Galkayo è una città nella regione del Puntland in Somalia a circa 700 chilometri a nord di Mogadiscio. La regione, nel 1998 è stata dichiarata autonoma dalla Somalia.

“L'ospedale è per tutti praticamente chiuso. Non abbiamo niente. Mancano le attrezzature di base anche per il trattamento di piccole lesioni" dice a un emittente locale Abdullahi Hirsi Jestro, un medico somalo. Jestro e altri medici non riesco a vedere quella struttura che pian piano si cancella ed hanno avviato una campagna per riaprire effettivamente l'ospedale. Galkayo Hospital, è l'unica struttura sanitaria pubblica nel nord Galkayo. Ci sono diverse cliniche private in città, ma sono fuori dalla portata della maggior parte degli abitanti poveri e vulnerabili. “Quasi il 90 per cento non può permettersi di andare in una clinica privata" ha affermato Jestro. La campagna è finalizzata ad aiutare i più vulnerabili della città. Ci sono sfollati, donne, bambini e anziani poverissimi che hanno bisogno di aiuto e accesso alle cure.

Per i medici, la sala operatoria e almeno 70 posti letto devono essere riutilizzabili. "Quasi tutti i reparti, anche quello dei bambini hanno bisogno di forniture adeguate” ha detto Maimun Farah, il direttore dell'ospedale. "Noi non abbiamo niente. I medici ci sono ma senza l'attrezzatura necessaria e le medicine, sono inutili" ha detto il Dottor Farah. Si sono mobilitati tutti per spingere sulle agenzie internazionali che operano sul settore umanitario. "Abbiamo bisogno di tutto l'aiuto che possiamo ottenere, in particolare ci servono forniture e apparecchiature costose. Abbiamo bisogno anche di farmaci e anche delle minime cose” afferma Farah.

Galkayo oggi, ospita migliaia di persone sfollate che hanno bisogno di cure. Nei mesi scorsi sono aumentate le incursioni dei ribelli e le esplosioni. I morti e i feriti non si contano più. L’insicurezza, la paura e la mancanza di cure rende vittime inermi tutte le persone della città. Halimo Jama, una donna di 45 anni, è andata in ospedale in cerca di aiuto. Ha avuto un aborto spontaneo con la conseguenza di una grave emorragia. "Non ho altro posto dove andare. Io non posso permettermi un medico privato, per questo sono venuta qui". I medici hanno fatto tutto quello che potevano, ma non hanno i medicinali per curare Halimo Jama,"non so come farò a trovare i soldi per comprarli da qualche parte”. L'ONU stima che almeno 1,5 milioni di somali sono sfollati interni, mentre 3,7 milioni richiedono aiuti umanitari.

La principale risorsa economica della regione del Puntland è la pesca. Questa ricchezza però viene sfruttata da navi di altre nazioni, che spesso usano metodi di pesca anche e soprattutto illegali. I principali prodotti portati all'estero sono il tonno, l'aragosta ed il pesce essiccato. Oltre alla pesca, la regione offre un abbondante agricoltura e pastorizia. A Laasqoray è stata costruita una fabbrica di lavorazione del tonno, che viene consumato nel paese ma soprattutto esportato all’estero.

Andrea Onori

RDC, un conflitto interminabile

La Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire dal 1977, è popolata da circa 10.000 anni. Nel XV secolo i portoghesi entrarono in contatto con questo grande e potente Regno del Congo. L’impero sopravvisse al contatto con gli europei per diversi secoli. La fine, fu formalizzata dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885, in cui la regione venne conferita al re del Belgio Leopoldo II.
Henry Morton Stanley nel 1881, fondò Léopoldville in onore del sovrano belga. Prima dell’indipendenza, Léopoldville era costituita da due parti distinte: la parte europea e quella africana, chiamata Quartier Indigène. Nel 1960 il Congo ottenne l’indipendenza e nel 1965 Léopoldville venne rinominata Kinshasa, oggi è la capitale e la maggiore città (7.500.000 abitanti) della Repubblica Democratica del Congo.
In questi anni comparvero spinte autonimistiche feroci. Si manifestavano principalmente nel bacino minerario della provincia di Katanga. Nella questione interna, si inserirono Urss e Stati uniti, tentando di accaparrarsi l’alleanza congolese. In questi giochi di potere, emerse il colonnello Mobutu, che fece arrestare e condannare a morte il presidente del Congo, Lumumba. In poco tempo, Mobutu riuscì a raggiungere il potere assoluto e nel 1965 inaugurò un regime lunghissimo, contraddistinto da un forte culto della personalità e da ambizioni in politica estera. Nel 1971 lo Stato venne rinominato Zaire.
La Prima guerra del Congo (1996 – 1997) e la ripresa ( 1998 – 2003)
A causa delle spinte esterne e della fine della guerra fredda, nel 1990 Mobutu si rassegnò ad accettare la presenza di un Parlamento multipartitico e a condividere il potere con il presidente del Parlamento. Tutto ciò non risolse la crisi ma, le forze ribelli (coalizzate con l’Uganda, Ruanda e l’angola) attaccarono il presidente Mobutu, appoggiato dal Burundi. Nel 1996 le sue forze furono sottomesse dai ribelli e Mobutu fuggì in Marocco per poi morire nel 1997. Il Generale Kabila vittorioso nella guerra civile, si proclamò Presidente assoluto e cambiò di nuovo il nome della nazione in Repubblica democratica del Congo.
Questa guerra preannunciò il secondo conflitto iniziato il 2 agosto del 1998, quando i ribelli Tutsi (alleati dagli eserciti del Rwanda e Burundi) attaccarono il presidente Kabila, soccorso dall’Angola, Nambia e Zimbabwe. Combattevano eserciti regolari e ribelli per il controllo dei giacimenti di diamanti e oro. Il 13 agosto, i ribelli occuparono la centrale idroelettrica di Inga, il porto di Matadi e il centro diamantifero di Kisangani. Il conflitto finiva e il Congo veniva diviso in una parte orientale controllata dai ribelli e una occidentale in mano alle truppe di Kabila, poi successe al figlio Joseph Kabila.
Secondo i dati forniti dagli organi internazionali nel 2008, la guerra ha causato, circa 5,4 milioni di morti, milioni di profughi e richiedenti asilo. Da molti storici e dai mass media, questo secondo conflitto è stato visto come una guerra modiale africana.

La Repubblica Democratica del Congo oggi:
La Repubblica Democratica del Congo continua a vivere in un clima instabile. Se da una parte la zona occidentale del paese non è più teatro di scontri e manifestazioni violente, nelle province orientali persiste la presenza di bande armate, di milizie non governative, di ex-militari e di gruppi tribali, i quali effettuano incursioni e razzie con conseguenti massacri di civili. Si calcola che la crisi che affligge la Repubblica Democratica del Congo uccida 38.000 persone ogni mese, 4.000.000 dall’inizio del conflitto.
Nell’autunno del 2008 sono riesplosi gli scontri tra l’esercito regolare (FARDC) e i ribelli tutsi filo-rwandesi, scontri che hanno provocato oltre 250.000 sfollati nel Nord Kivu e nelle province confinanti. Il 25 novembre 2008 l'Osservatorio per i Diritti Umani HRW accusava il governo di Joseph Kabila di aver soppresso deliberatamente più di 500 oppositori politici dal 2006.
Nel gennaio del 2009 le parti in lotta hanno improvvisamente trovato un accordo ma nonostante ciò, la situazione resta molto tesa. Chi subisce, come sempre, sono gli individui più fragili e la loro vulnerabilità li rende facili prede di gruppi violenti. ”Se si guarda alla situazione umanitaria nella Repubblica democratica del Congo, tutte le vittime (di conflitti, malattia, problemi di salute, povertà estrema), il numero di persone che muoiono ogni sei mesi, è equivalente al numero delle vittime dello tsunami in Asia”, ha detto Guterres, dell’Unhcr.
Dei 60 milioni di cittadini, circa 45 milioni vivono al di sotto della soglia di povertà, mentre un bambino su sette muore prima del quinto compleanno e ogni giorno circa 100 madri congolesi muoiono di parto. Con la crisi economica mondiale che colpisce maggiormente i paesi in via di sviluppo, oggi 45 milioni di persone vivono con meno di 50 pence al giorno.
Un numero crescente di attacchi sferrati dal gruppo di ribelli ugandesi, meglio noto come Lord’s Resistance Army (LRA – Esercito di resistenza del Signore), costringe ogni mese i civili congolesi ad abbandonare le proprie case. E proprio nel vasto paese a luglio del 2009, l’LRA ha lanciato 55 attacchi senza precedenti contro i civili nella regione di Faradje, circa 100 km ad ovest dal confine con il Sudan meridionale e l’Uganda. Sono stati presi di mira villaggi del distretto di Dungu nel territorio di Haut-Uele. Dal settembre del 2007 l’LRA ha ucciso 1.273 persone e rapito 655 bambini e 1.427 adulti.
L’ Esercito di Resistenza del Signore, costituito nel 1987, è un gruppo ribelle di guerriglia di matrice cristiana, che opera principalmente nel nord dell'Uganda ed in alcune parti del Sudan. Il gruppo è guidato da Joseph Kony, che si proclama il "portavoce" di Dio e medium dello Spirito Santo. Il gruppo afferma di voler istituire uno stato teocratico sulla base dei Dieci Comandamenti e della tradizione. L'LRA ed i suoi dirigenti sono stati accusati dal Tribunale Penale Internazionale di aver attuato numerose violazioni dei diritti umani, compresi omicidi, rapimenti, mutilazioni, riduzione in schiavitù sessuale di donne e bambini, ed il costringere i bambini a partecipare alle ostilità.

sfollati
Ogni giorno, sono centinaia di migliaia i civili sfollati. Goma, città orientale della RDC, è l’epicentro di una delle più grandi crisi del mondo per quanto riguarda lo spostamento dei rifugiati, l’Unhcr, ha osservato che circa 2 milioni di persone sono state sfollate nel paese e condanna l’indifferenza della comunità internazionale per non intervenire nell’immediatezza.
Nonostante un accordo di cessate il fuoco, le lotte violente si susseguono con regolarità e i civili continuano a soffrire sempre di più. Secondo le statistiche dell’Onu, circa 1,4 milioni di persone, nella Repubblica democratica del Congo sono rifugiati interni, in fuga e in cerca di sicurezza. Il 68 % degli sfollati ( pari a circa 847mila persone), sono sparse in queste aree della provincia del Nord Kivu. “Quando gli attacchi raggiungono zone vicine ai villaggi o ai campi, le persone scappano nella foresta. Per esempio la settimana scorsa, la popolazione di Bikenge, nel distretto di Walikale, ha abbandonato il villaggio ed è rimasta alcuni giorni nella foresta, vivendo in condizioni terribili” ha raccontato in una nota Romain Gitenet, capo missione di medici senza frontiere a Goma.
Attacchi, violenze e imboscate continuano ad essere all'ordine del giorno nei villaggi e sulle strade nel Kivu. Le vittime sono al collasso: subiscono estorsioni e vengono derubate del cibo e dei propri beni, alcuni vengono arruolati e molti altri subiscono violenze sessuali. Solo nella prima metà del 2009, gli operatori di Medici Senza Frontiere hanno assistito 2.800 vittime di violenza sessuale.
In questa vasta regione quasi un abitante su quattro è in fuga, spesso dopo aver perso tutto ciò che possedeva. In maggioranza gli sfollati sono donne e bambini, alcuni dei quali rimasti separati dalle famiglie nel caos della fuga. L'insicurezza e il clima di violenza sono tali da spingere migliaia di famiglie ad abbandonare anche i campi profughi in cui vivevano da anni, per andare a cercare rifugio nei centri urbani, a cominciare da Goma, capitale della regione oppure cercano rifugio in altri paesi dove vengono spesso respinti e ricondotti all’inferno di Kivu.

Movimenti e affari
Il territorio della Repubblica del Congo, è caratterizzato da una fascia costiera pianeggiante. Procedendo verso l’interno si incontrano prima delle alture e in seguito una vasta zona di altopiani ricoperti di foresta tropicali. Il fiume Congo, che attraversa il paese, è il primo al mondo per portata d’acqua. Queste ricchezze, secondo una recente ricerca sul campo condotta da associazioni congolesi, potrebbero essere in serio pericolo.

Le associazioni denunciano una serie di progetti dell’ENI che rischiano di avere impatti devastanti sull’ambiente e le popolazioni locali del paese. Chiedono all’azienda di fermare i propri progetti sulle sabbie bituminose e l’olio di palma nel Bacino del Congo. Proprio il piano d’azione per il G8 prevede tra i suoi punti specifici la “salvaguardia delle foreste tropicali del Bacino del Congo”, le seconde più grandi ancora esistenti sulla Terra.
Ma l’ENI continua a sfruttare una parte di quelle foreste per la coltivazione di olio di palma, destinato principalmente alla produzione di biocombustibili. ”Da parte dell'ENI non c'è stata alcuna seria consultazione con le comunità locali, il che contraddice ampiamente le stesse linee guida sui diritti umani della compagnia italiana" ha spiegato Christian Monzéo, di Rencontre pour les droits de l'homme. "L'Italia sta minando la propria credibilità internazionale di presidente di turno del G8, che si è posto l'obiettivo di preservare il Bacino del Congo e promuovere partnership per lo sviluppo dell'Africa,", ha aggiunto la Gerebizza che si occupa di finanza per lo sviluppo per la Campagna per la riforma della Banca Mondiale, con particolare attenzione per gli impatti sui paesi più poveri dei grandi progetti infrastrutturali nel settore energetico e degli investimenti della Banca Mondiale nel settore estrattivo e per la lotta al cambiamento climatico.
Questo paese sembra essere ghiotto a tutti. Un gruppo di esperti internazionali dichiarano che, diversi Funzionari della Tanzania, Uganda e Burundi sono coinvolti nei movimenti d’affari con i trafficanti di armi e contrabbandieri d’oro che lavorano per le forze ribelli della Repubblica democratica del Congo. Secondo la relazione, alcuni di loro avrebbero trasportato il bottino fuori l’africa, con la compagnia aerea nazionale. La relazione farebbe anche i nomi dei paesi associati a questo traffico illegale. Comunque, il Consiglio di sicurezza dell’Onu non ha ancora approvato la pubblicazione del rapporto. Le prime indiscrezioni dicono che esiste una rete globale che contribuisce a finanziare il dominio dei ribelli. Il quotidiano Wall Street Journal ha scritto di recente che un diplomatico ugandese aveva dichiarato al Consiglio che la relazione si basa solamente su “ipotesi”. Insomma. Come sempre le guerre sono mascherate in dissidi etnici e religiosi, ma sulla base c’è sempre l’odore dei soldi.
E’ stata aspramente criticata da Human right watch, anche la missione delle Nazioni unite. I vertici dei Caschi Blù smentiscono categoricamente che siano "complici" di abusi commessi dall'esercito congolese. La missione è aiutare l'esercito nazionale, noto come FARDC, per mantenere i ribelli fuori dalle aree cruciali. La relazione di Human Rights Watch, “sostiene che il supporto delle Nazioni Unite alle FARDC, sia come un fattore di complicità" dice Doss, sottosaegretario dell’Onu.
Nonostante gli sforzi, le violenze non si sono mai fermate, anzi, hanno causato sempre più profughi e sfollati interni. Human Right Watch accusa anche i vertici militari congolesi di essere complici e di insabbiare la pratica degli stupri di guerra perpetrati in questi anni e chiede urgentemente alle autorità di indagare e perseguire gli alti funzionari dell’esercito coinvolti o complici di violenze sessuali sulle donne e sulle ragazzine.
Onori Andrea

Le scuole speciali slovacche

I bambini devono essere trattati tutti allo stesso modo indistintamente dal colore della pelle o dalla loro etnia. Non importa se il papà ha un passato da camorrista, se è un truffatore oppure un omicida. Non importa se il bambino proviene da una famiglia ricca, povera, se sono immigrati oppure se hanno una cultura differente. Non importa se sono Rom, italiani, slovacchi, americani o algerini. I bambini sono tutti uguali e non hanno nessuna colpa del male dei grandi. Il compito di questi ultimi è di non renderli violenti o razzisti e di non emarginarli solo perché provengono da una famiglia di un gruppo minoritario all’interno di uno stato, compito molto arduo a quanto pare. Il compito dei grandi è di non insegnargli i loro sbagli ma di prepararli per un futuro diverso dalla loro realtà. Ogni bambino ha diritto all’istruzione senza alcuna discriminazione.

Secondo Amnesty International in Slovacchia un gran numero di bambini rom vede negato questo diritto e vengono ripetutamente discriminati perché rom. Questi bambini vengono differenziati dal gruppo maggioritario di bambini di nazionalità slovacca. La loro istruzione è diversa. I bambini rom sono costretti a frequentare “scuole speciali” o classi per bambini con disabilità mentali. Il loro programma scolastico è ben diverso dagli altri bambini e vengono isolati dal resto del mondo infantile e adolescenziale. Ad una semplice domanda, ”Cosa significa per te scuola speciale?”, ad una bambina Rom di 12 anni essa rispondeva che la ”Scuola speciale è la scuola zingara.”

Ma non è la prima volta che la Slovacchia applica politiche discriminatorie contro il popolo Rom, infatti, quando si chiamava ancora Cecoslovacchia, nel 1958 vietò ai Rom di viaggiare per il territorio e gli fu proibito di parlare la loro lingua. Nel 1966 iniziarono politiche di sterilizzazione alle donne che avevano compiuto 35 anni di età con 3 figli, poi successivamente, la sterilizzazione fu compiuta a tutte le donne rom che avevano compiuto 18 anni di età.

Le scuole speciali che sono oggi in Slovacchia, sono principalmente per bambini con disabilità mentali, ma l’80 % è frequentato da bambini Rom.

I loro programmi sono scarsi ed inferiori. Esiste uno scarto di quattro anni tra i programmi delle scuole primarie speciali e ordinarie, ciò significa che i bambini di dieci anni nelle scuole primarie speciali apprendono un’alfabetizzazione di base.“Nella settima classe della scuola speciale ho imparato le stesse cose che avevo imparato nella scuola ordinaria” a parlare è un ragazzo rom di 14 anni, che si è scoperto essere collocato erroneamente in una scuola speciale.
Una delle tante scuole speciali è quella appena citata di Pavlovce nad Uhom è una delle scuole segregate di fatto in Slovacchia dove il 99,5 % dei circa 190 alunni sono bambini rom. Secondo una ricerca di Amnesty International, questa non è un’eccezione. L’Organizzazione teme che il modo in cui sono condotti gli accertamenti e i criteri utilizzati per collocare un bambino in una scuola speciale possano equivalere a una discriminazione, poiché, di fatto, non tengono conto delle differenze culturali e linguistiche. Cioè se sei un bambino Rom automaticamente vieni visto come un bambino con disturbi mentali. Amnesty International ritiene che in Slovacchia migliaia di bambini rom siano collocati erroneamente in scuole speciali o segregati in scuole per soli rom.
Il fallimento del governo slovacco nel fornire un'istruzione adeguata a tutti i bambini rom compromette il loro futuro nel campo dell'istruzione e nelle prospettive lavorative e aumenta la marginalizzazione e la povertà delle persone di etnia rom.
Amnesty International sta sollecitando il governo slovacco a porre fine alla discriminazione razziale nell'istruzione e ad affrontare le gravi violazioni del diritto all'istruzione per i bambini rom.
Tantissimi, troppi,bambini Rom sono segregati nelle scuole speciali e qualcosa non torma almeno che non abbiano tutti disabilità mentale. La Slovacchia ha da poco fatto una nuova legge sulla scuola e nel testo si cita che la discriminazione nell’istruzione è illegale, ma forse ci vorrà un po’ per passare dalla teoria alla pratica.Nessun bambino senza una reale disabilità mentale provata dovrà mai più essere collocato in una scuola speciale.

La Turchia in sintonia con il resto d’Europa

La Turchia nel 2005 ha cominciato ufficialmente i negoziati per entrare nell’Unione Europea e i governi che si susseguono, stanno compiendo alcune riforme per entrare a far parte dell’Unione a tutti gli effetti. Ci sono ancora molti problemi da risolvere, come la questione di Cipro, ma per quanto riguarda la politica d’asilo e la questione immigrazione, la Turchia è in perfetta sintonia con il resto dei paesi europei. Discriminazione e non rispetto delle leggi internazionali è ciò che accomuna fortemente la Turchia e l’Unione Europea.
Il paese, secondo Amnesty international, non offre protezione a molti dei rifugiati che arrivano nel paese attraversando le frontiere via terra, via mare o utilizzando i suoi aeroporti perché le autorità sostengono che, contrariamente agli standard internazionali, le frontiere (sia marittime che terrestri) e gli aeroporti non fanno parte del territorio turco. Nel 1991, ad esempio, durante la prima guerra del Golfo, a oltre un milione di rifugiati curdi iracheni è stato impedito di entrare in Turchia.
Sebbene le disposizioni nazionali in materia di asilo garantiscano a coloro che entrano nel paese il diritto di presentare domanda d’asilo, nella pratica tale diritto viene spesso violato. Infatti, secondo la convenzione di Ginevra, il rifugiati,“temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese” e per questo motivo,“ gli Stati Contraenti non prenderanno sanzioni penali, a motivo della loro entrata o del loro soggiorno illegali, contro i rifugiati che giungono direttamente da un territorio in cui la loro vita o la loro libertà erano minacciate”. Il rifugiato si può espellere “soltanto per motivi di sicurezza nazionale o d’ordine pubblico.” Ma basta leggere l’articolo 14 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo per capire che “ ogni individuo ha il diritto di cercare e godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”. Ma come sempre tutto resta scritto a penna e mai applicato fino in fondo.

In Turchia, ed anche nei paesi dell’UE, i richiedenti asilo che entrano irregolarmente vengono arrestati e trattenuti in detenzione amministrativa in attesa del loro respingimento, senza che le loro richieste d’asilo siano valutate. Tutto ciò va contro non solo alle leggi internazionali, ma anche alla legge nazionale perché, secondo la legge, le persone devono avere la possibilità di presentare richiesta d’asilo durante la detenzione, ma nella pratica, in molte parti del paese questo diritto viene negato.
Il principio del non-refoulement, cioè il divieto per uno Stato di respingere verso il paese di origine una persona per la quale il ritorno in tale paese implicherebbe una minaccia grave e seria per la sua incolumità, in Turchia come nel resto d’Europa non viene applicato. Amnesty International denuncia che molto spesso la Turchia respinge i rifugiati nel proprio paese nonostante dichiarino di essere perseguitati.

Questi rimpatri sono molte volte forzati dalle autorità turche ed ai migranti non viene data la possibilità di ricorrere contro la decisione di rimpatrio, che avviene senza seguire le procedure richieste dalla legge nazionale. Uno degli ultimi esempi, denuncia Amnesty international, è stato il rimpatrio forzato e irregolare in Iran di un gruppo di 24 rifugiati uzbechi, avvenuto in due momenti tra settembre e ottobre 2008.

Onori Andrea

La lunga agonia della popolazione Tamil

Il 18 maggio 2009, dopo 26 anni di terrore e brutalità in Sri Lanka, le Tigri di Liberazione del Tamil Eelam (LTTE) annunciarono la fine dei combattimenti per evitare lo sterminio del popolo. In quella lunghissima guerra si cadeva nella trappola delle bombe molto facilmente. Pathmanathan al momento del cessate il fuoco disse: “il silenzio della comunità internazionale ha solo incoraggiato l'esercito dello Sri Lanka a continuare la guerra fino alla sua fine. Nelle ultime 24 ore, oltre 3 mila civili giacciono morti sulle strade mentre 25. mila sono feriti gravemente senza aiuti medici”. Ora, il conflitto atroce è terminato, ma un’altra guerra continua imperterrita a vessare contro le popolazioni.

Il Paese ha avuto oltre 60.000 morti e un milione di sfollati, e ha progressivamente perso posizione nelle classifiche degli indicatori sullo sviluppo umano secondo una ricerca Unicef.

Le vere vittime del conflitto come sempre sono i più indifesi ed i più deboli, i bambini che in molti hanno perso i loro genitori e hanno visto con i loro occhi sangue sgorgare. AsiaNews racconta che “i bambini sono traumatizzati, malnutriti e soffrono di diarrea”. Nei campi profughi adulti, anziani e bambini devono mangiare tutti le stesse cose. Non ci sono latte in polvere o alimenti adeguati per i più piccoli o i neonati.

I campi profughi al collasso le persone vivono l’una sopra all’altra determinando seri problemi di salute. “Ci sono migliaia di tende, larghe 3 metri per 3, in cui sono costrette a vivere anche quattro famiglie insieme” dice un operatore umanitario ad AsiaNews .A ogni nucleo familiare vengono assegnati 10 litri d’acqua “ma devono usarli per tutto, dall’igiene personale al bere, al curare i bambini. L’acqua non basta ed è molto difficile reperirne altra al di fuori della razione garantita”.

In questi giorni le ultime, abbondanti piogge hanno peggiorato la situazione dei campi profughi, con un serio rischio di diffusione di epidemie. “L'immagine dello Sri Lanka sarà ulteriormente danneggiata se la situazione dentro ai campi peggiorerà durante le abbondanti piogge", ha dichiarato il principale esponente dell'opposizione ed ex primo ministro Ranil Wickremesinghe al pacereporter.

E dopo le abbondanti piogge e le distruzioni, il problema sarà l’acqua stagnante. Senza un vasto e immediato intervento per fornire servizi essenziali, milioni di persone e soprattutto bambini potrebbero essere a grave rischio di malattie.

Onori Andrea

L’arizona e lo sceriffo Arpaio dicono no ai clandestini

L’Arizona potrebbe diventare il primo stato degli Stati Uniti a criminalizzare la presenza di immigrati privi di documenti. I politici locali, stanno tentando di approvare la normativa sul “reato di clandestinità” che consente alla polizia di arrestare chiunque arrivi illegalmente nel paese americano.

Russell Peace, senatore repubblicano, ritiene che la polizia locale ha la facoltà di far rispettare le leggi federali in materia di immigrazione. E lo fa lo sceriffo Joe Arpaio, una delle figure più controverse nella repressione dell'immigrazione clandestina in Arizona.

”Si tratta di una azione correttiva, adottata perché Washington rifiuta di correggere i nostri confini” ha detto JD Hayworth, un ex rappresentante del Congresso che appoggia il provvedimento. La nuova iniziativa ha anche il sostegno della Phoenix Law Enforcement Association, che rappresenta oltre 2.000 agenti di polizia dello Stato.

”La gente sta iniziando a prendere coscienza di quello che sta succedendo. Gli americani sono in piedi”, ha detto Pam Pearson, un sostenitore di questa legge. Aggiungendo che “Gli immigrati privi di documenti, devono ritornare a casa.”

Secondo l’avvocato penale Antonio Bustamante, un critico fervente dello sceriffo Arpaio, la proposta è chiaramente incostituzionale nel tentativo di regolare un settore che è riservato al governo federale. Finora gli sforzi per sconfiggere questa iniziativa in aula, sono stati respinti dai giudici.

Attualmente, Arpaio sta utilizzando alcune delle leggi dello stato a sua disposizione per continuare a condurre incursioni nei quartieri. Durante il suo ultimo raid in un quartiere Latino, a ovest di Phoenix, ha arrestato 66 persone, circa la metà dei quali erano immigrati privi di documenti. Lo sceriffo sta creando scompiglio, quasi come Maroni in Italia. Anche se, per raggiungere gli arresti di clandestini effettuati nella nostra penisola, l’Arizzona dovrà lavorare ancora molto.

Arpaio è attualmente sotto inchiesta per le accuse di razzismo e abusi sugli immigrati clandestini. “Spero davvero che il presidente Obama farà qualcosa per fermarlo” dice Francisco Rojo, un immigrato senza documenti.

Onori Andrea

In pakistan civili intrappolati dai bombardamenti

Ieri il ministero dell’Interno pakistano ha annunciato di avere ucciso circa 700 talebani dall’inizio dell’offensiva nella valle di Swat, e ha riferito anche della morte di almeno 20 soldati dell’esercito pakistano. La zona della valle di Swat, colpita con l'artiglieria e i bombardamenti aerei desta grande preoccupazione anche per i civili che stanno lasciando la zona a decine di migliaia.
A causa del conflitto interno un numero altissimo di persone civili restano imprigionati nella gabbia del leone in attesa di essere sbranati ogni qualvolta un missile sovrasta città e paesi isolati.
Chi può fugge, ma le probabilità sono scarse, la maggior parte di essi restano intrappolati nelle loro abitazioni e non possono uscire neanche per comprare un pezzo di pane o prendere acqua. Le cure mediche sono scarse e c’è il rischio che dilaghino epidemie anche se il governo riferisce che starebbe gestendo efficacemente l'emergenza profughi.
Ma nessuno delle parti in conflitto tiene conto delle difficoltà dei civili nonostante le associazioni umanitarie chiedono alle parti in conflitto di garantire cure mediche ai feriti e di portare cibo nelle zone più difficili.
“Questa è una situazione completamente insostenibile, siamo passati da una situazione grave a una di assoluta disperazione. Ed è estremamente probabile che la situazione peggiori ulteriormente. In questo momento, proprio quando aumentano radicalmente i rischi affrontati dalla popolazione, non siamo nella possibilità di mettere in piedi la maggior parte delle necessarie attività salvavita” afferma De La Vingne, il coordinatore delle operazioni di medici senza frontiere in Pakistan e Afghanistan.
La priorità per le associazioni umanitarie, come tutti i conflitti, sono di evacuare i feriti e rifornire o attrezzare gli ospedali per curarli, consegnare cibo e acqua alla popolazione e metterla al riparo da gravi conseguenze. Ma l’operazione questa volta è molto complicata, le persone cercano rifugio come possono e dove possono, cercando di raggiungere le parti più ipoteticamente sicure del Pakistan creando disagi, sovraffollamenti e caos.
Medici senza frontiere fornisce acqua potabile e assistenza sanitaria di base alle persone sfollate in due campi nello stato di Lower Dir. Ma gli sfollati crescono sempre di più, mancano le scorte essenziali e sono in continuo pericolo di vita. Proprio per questo motivo medici senza frontiere è stata costretta a interrompere il proprio programma di assistenza medica d’urgenza nel distretto di Swat e a ridurre le proprie attività in altre zone del Pakistan nord-occidentale colpite dalla guerra. “Oggi, i coprifuoco, i posti di blocco e la guerra rendono praticamente impossibile per i civili raggiungere gli ospedali e le cliniche. Sono letteralmente bloccati in questa situazione di estrema violenza. E in aggiunta a tutto ciò, è spesso impossibile per le nostre equipe assisterli”. afferma Brice De la Vingne.

Secondo gli ultimi dati emersi dalle associazioni umanitarie sarebbero almeno 800 mila gli sfollati costretti a fuggire dalle loro abitazioni in seguito all'imponente operazione militare che sta interessando la valle dello Swat
Da agosto 2008 sono in continuo aumento i civili in fuga dalla guerra e la cosa crea problemi soprattutto nei campi profughi. Molti, soprattutto minorenni, cercano di raggiungere dopo mesi di viaggio aree più sicure. Anche ieri sera secondo le informazioni in possesso dell’Alto Commissariato sarebbero più di 300mila le persone in cammino in cerca di una sistemazione sicura.

Il diritto intangibile di avere acqua e terra

I diritti dei cittadini a lavorare la terra ( condizione indispensabile per la sicurezza alimentare in Africa) sono oggetto di due iniziative chiave da parte degli organismi internazionali che “lavorano” per migliorare la produzione agricola nel continente.

L'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura delle Nazioni Unite, ha annunciato questa settimana che sono iniziate le consultazioni tecniche sulle linee guida internazionali volte ad assicurare la continuità delle risorse naturali come l'acqua e la salvaguardia delle foreste.

Allo stesso tempo, la FAO, ha lanciato un'iniziativa per affrontare la tendenza delle compagnie straniere e dei governi, all’acquisto di terreni nei paesi africani, che ostacolano la crescita della popolazione civile.

L’accesso facile e genuino ai terreni è la massima sicurezza per i poveri del mondo ed i governi dovrebbero essere difensori della sicurezza dei propri cittadini. Sebbene la maggior parte dei paesi cosiddetti del terzo mondo hanno regole ben precise per tutelare gli agricoltori e gli abitanti della foresta, gli investitori locali e stranieri, molto spesso comprano e sequestrano arbitrariamente ignorando le leggi.

Alle popolazioni locali che hanno affittato o acquistato la terra nel proprio paese, ci sono state delle grandi opportunità di sviluppo. Mentre, tutte quelle persone che hanno acquistato le terre illegalmente, hanno portato seri rischi per la sopravvivenza della popolazione locale. “Problemi di approvvigionamento alimentare e incertezze sono creati dai vincoli della produzione agricola a causa della limitata disponibilità di acqua e di terre coltivabili,” dice la FAO.

Onori Andrea