Ndrangheta, tante parole e zero fatti

Siamo a Locri, un comune di 12.899 abitanti della provincia di Reggio Calabria. A fine Gennaio, Liliana Esposito Carbone, ha sopportato il decimo rinvio d’udienza per il procedimento penale a carico di chi, il 18 settembre 2006, aggredì la signora nel cimitero di Locri: seduta rinviata perché il testimone, il custode del cimitero, doveva prendere una pillola. Sempre in questi mesi, la procura di Locri ha sostituito alcuni PM che non sono stati rimpiazzati “è inutile che si parla di lotta alla ‘ndrangheta e poi si decide di mandare via i PM “ affermato la signora Carbone.
Qualche giorno più tardi dal rinvio dell’udienza, il 21 gennaio del 2010, a 100 km da Locri, a Reggio Calabria, in veste istituzionale è arrivato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dai ministri Alfano e Gelmini. Sfavillanti, hanno parlato della cultura della legalità e del cambiamento: “Sono amareggiata perché si fa molta retorica in queste giornate istituzionali. Questi signori non hanno detto nulla di nuovo, la cultura della legalità è una necessità da tempo. Non possono soltanto parlare e progettare a parole, devono risolvere i problemi di questa terra. Ci vuole un deterrente e loro devono darsi da fare“ mi racconta afflitta, la signora Carbone. Le solite parole di una Calabria che si deve scuotere e reagire: “Sono atti – continua Liliana - cerimoniali e basta. Non la possono fare sempre franca questi assassini e politici collusi con la mafia. Non li condannano mai.”
Liliana e la sua famiglia, dal settembre del 2004, sono stati coinvolti direttamente dal fervore malavitoso della ‘ndrangheta. Suo figlio, Massimiliano Carbone, dopo una partita di calcio con gli amici, non rientrò mai a casa. “Il delitto di mio figlio è un crimine di ‘ndrangheta: sono stati pagati 50 mila euro per farlo fuori. Non è un delitto passionale perché è stata usata la mano armata della ‘ndrangheta, il Boss è stato pagato per uccidere mio figlio.“ Racconta che già in passato avevano subito minacce continue “era la cronaca annunciata di questa morte. Tra il pronto soccorso e la sala operatoria, mio figlio mentre era agonizzante mi ha detto tutto. Ma già sapevamo tutto”.
Liliana riferisce che il presunto assassino, l’unico indagato, non è stato mai ascoltato. Poi, è arrivata la beffa per la famiglia Carbone: l’indagine è stata archiviata, “nelle informazioni c’è scritto che quest’uomo potrebbe essere il mandante ma non hanno la prova. I carabinieri avevano già chiesto la custodia cautelare nel 2005, però il giudice diceva che non c’erano elementi sufficienti. Il fratello di quest’uomo è latitante, non si è trovato più.” Se non sei nessuno, resti nessuno anche dopo che ti hanno ammazzato. Se poi sei un giovane, con una vita ancora davanti, e non sei figlio di un “potente”sei ancora più emarginato dalla società e dalla giustizia. Perché, contano solamente i soldi ed il potere. Massimiliano Carbone era un giovane imprenditore e padre. Era titolare di una cooperativa di servizi. Il 17 settembre 2004 gli hanno sparato mentre scendeva dal posto passeggero. Il 24 settembre, dopo giorni di agonia, è deceduto.
A Locri le ‘ndrine più forti sono i Cataldo e i Cordì. Acquistano posizioni e potere con traffici di droga e armi, estorsioni e infiltrazione nelle attività pubbliche e negli appalti. Entrambi, hanno proiezioni anche nel resto d’Italia. A settembre, con una vasta operazione, molti “sono stati levati dai piedi, ma non basta mai, hanno sempre le loro propaggini.”Io lavoro gomito a gomito - precisa ancora Liliana senza metafore – con mogli di spacciatori di droga, ergastolani e Boss. Ci sono insegnanti di religione cattolica e per l’educazione alla legalità che hanno il marito arrestato nell’operazione squalo”. In paese tutto tace, ma tutti sanno tutto, hanno persino paura a salutare Liliana: “Sono stata oggetto di una campagna di delegittimazione nella scuola dove lavoro. Nessuno è andato a testimoniare, hanno negato tutte. Queste sono insegnanti di scuola media elementare e di religione cattolica. Loro, sono state chiamate dai carabinieri per testimoniare”. Ma in questa terra non basta il coraggio di andare avanti e denunciare. Ci vogliono sicurezze che non ci sono nei fatti.
Dopo l’aggressione subita nel 2006, Liliana ha paura anche di uscire di casa: “Io devo avere paura di allontanarmi da casa: vi rendete conto”? Liliana è scomoda, è stata minacciata tante volte: “Hanno picchiato persino il mio cane, non sapevano più cosa fare”. Le istituzioni sono in silenzio e sono complici, perché l’attività dei malviventi è sotto gli occhi di tutti e nessuno prova a muovere un dito. Hanno semplicemente paura. Citando Fabrizio de Andrè “lo Stato si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità”, ma non si fanno da parte. “Se tu guardi i mafiosi vivono in case che fanno paura: belle ed arredate. Vanno in giro con il fuoristrada e sono tutti disoccupati”, racconta Liliana.
Ogni sforzo per chiedere giustizia e verità portato avanti dalla mamma di Massimiliano e dalla sua famiglia si è infranto su una Procura, quella di Locri, che non ha saputo e voluto vedere: “Mai fu chiesto dagli inquirenti, ad esempio, l’intervento dei Ris. E mai si è voluto scavare e considerare i legami pesanti dell’unico indiziato per quell’omicidio”. Per tutti questi motivi, Liliana, come ogni anno, ha deciso di non andare a votare per le prossime elezioni. Si sente abbandonata: “Io continuerò a non votare. A cosa è servito denunciare e collaborare? Per Fortugno hanno fatto di tutto, per mio figlio e per gli altri nulla”.
Andrea Onori

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