La mia patria parte dal mio cuore e arriva chissà dove, senza confini e senza barriere.Il mio corpo galleggia nel mondo e il mio respiro è uno zingaro che viaggia e si confonde con quello di un altro . Andrea Onori
“Quelle fratture sul corpo di mio figlio, morto in carcere e ancora senza giustizia”
Intervista alla madre di Marcello Lonzi, morto nel penitenziario di Livorno nel 2003. Per il Tribunale fu morte naturale
Morire in prigione, un luogo che avrebbe l’obbligo di riabilitare un detenuto, e non conoscere mai la verità, è ingiusto per l’intera società. Le famiglie dei deceduti in carcere pretendono di andare a fondo con le indagini per arrivare a un vero processo che faccia luce sull’accaduto. Trascorrono mesi e anni a indagare in prima persona, senza l’aiuto di nessuno. Lo fanno, per dare prove più credibili e conferme alle verità su queste morti “insolite”.
Macchinazioni, tribunali e archiviazioni è la vita che deve sopportare un genitore, dopo la crudele morte di un figlio. “Vivo con 260 euro al mese di pensione di invalidità dimostrabili. Devo pagare tutte le spese processuali ma non riesco pur saltando alcuni pasti”. Sono le parole di Maria Ciuffi, la mamma di Marcello Lonzi, morto nel carcere di “Le sughere” di Livorno nel 2003. La donna, ha dovuto sopportate enormi spese per le indagini e continua tutt’ora a pagare, nonostante la sua povera pensione non gli permetta di vivere una vita serena.
Ci sono voluti tanti soldi “per gli avvocati. Ne ho cambiati tre. Non ricordo più quanti ne ho spesi. Posso dire che quel poco di oro che avevo, l’ho venduto. Per la sola riesumazione della salma di Marcello ci sono voluti tremila euro”. Secondo la donna fu importante la riesumazione: vennero fuori altri elementi che portavano al pestaggio e di cui “il medico legale, il dottor Bassi Luciani, non aveva mai scritto”.
Economicamente e psicologicamente è una vera e propria tragedia portare avanti queste battaglie. Nervi saldi e un robusto patrimonio economico è quello che ci vuole, sempre. Ma non tutti possono permetterselo. Nonostante tutto, con sacrifici e debiti insormontabili, si cerca di ottenere a una verità non superficiale. Ma dopo tante battaglie, Maria Ciuffi ad un processo non ci è mai arrivata. Si è vista rifilare ben due archiviazioni per morte naturale e infarto. “Tengo a dire – precisa Maria – che se avessi avuto i soldi non avrebbero archiviato”.
LA VICENDA DI MARCELLO LONZI
Marcello Lonzi è morto nel carcere “Le Sughere” di Livorno l’11 luglio del 2003 dove era detenuto per tentato furto. Il corpo di Marcello è stato trovato sul pavimento tra la porta della cella numero 21, sezione sesta, padiglione “D” e il corridoio. Tutto intorno c’era sangue.
Secondo gli inquirenti, la morte sarebbe avvenuta per arresto cardiaco. Maria Ciuffi è convinta che suo figlio sia stato vittima di un violento pestaggio. Dopo la morte del figlio, presenta una denuncia per omicidio contro ignoti. Per la signora Ciuffi, un ragazzo può morire per arresto cardiaco ma quello che non si spiega (e nessuno ha mai chiarito) è che Marcello aveva otto costole rotte, due denti spezzati, due buchi in testa (con una strana vernice di colore blu attaccata), mandibola, sterno e polso fratturati. “Penso che, guardando le foto anche il più sprovveduto, si renda conto che mio figlio è stato picchiato”afferma la Ciuffi.
Il 17 novembre 2003 La madre di Lonzi spedisce una lettera al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nella quale scrive: “…ho paura che prevalga la volontà di nascondere la verità…” La Ciuffi, spende tanti soldi per arrivare ad un processo. “Sono state fatte tre perizie e ogni volta veniva chiamato il mio medico legale che io dovevo pagare 500 euro per ogni viaggio” Spiega la mamma di Marcello che afferma: “anche i detenuti hanno parlato e poi ritrattato”. Uno in particolare “dopo pochi giorni è uscito per un permesso premio”.
Un altro fatto strano per la signora Ciuffi è che in carcere non c’era il medico ma gli infermieri. “Una in particolare, dopo essere stata interrogata dal pubblico ministero ha tentato il suicidio in carcere. Una volta uscita dall’ospedale, l’infermiera ha dato un’altra versione dei fatti, quella a cui credo, secondo cui mio figlio avrebbe avuto a che fare con un appuntato soprannominato “Tavernello” per il suo vizio di alzare il gomito anche in servizio”.
Maria attende adesso una risposta da Strasburgo. Si è appellata alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, che ha la funzione di valutare sia ricorsi individuali che ricorsi da parte degli Stati, una volta esaurite le vie di ricorso interne.
I clochard di "Piazza Grande" spalano la neve
COS'E' PIAZZA GRANDE:
L'Associazione Amici di Piazza Grande Onlus lavora nell'ambito dell'esclusione sociale, per dare assistenza alle persone senza dimora, per difenderne i diritti, per favorirne il reinserimento all'interno della società da cui sono state emarginate. Lavora sul territorio di Bologna dal 1993. In questo spazio i cittadini svantaggiati si organizzano per realizzare le più differenti modalità di intervento sui problemi dell'emarginazione, tra cui c’è stata l’iniziativa di Roberto Morgantini. Piazza Grande è il luogo dove i cittadini svantaggiati si organizzano per realizzare le più differenti modalità di intervento sui problemi dell’emarginazione. Il principio guida, che si trova in tutte le iniziative dell’Associazione, è la convinzione che solo attraverso l’autorganizzazione e la ricerca di nuove strategie di intervento sociale volte a superare la propria condizione di utente passivo, chi vive in strada può diventare un soggetto attivo, propositivo, e può abbandonare la propria situazione di disagio socio-economico.
L'associazione pubblica un GIORNALE che viene venduto nelle strade della città dalle persone senza dimora il giornale, infatti , viene scritto, redatto e diffuso da persone senza fissa dimora i quali possono così iniziare percorsi di recupero basati sulla logica, innovativa per gli inizi degli anni ’90, dell’empowerment e dell’aiuto di tipo non assistenziale. Nel 2000 è nato uno sportello legale, quello di AVVOCATO di strada, dove avvocati professionisti volontari assistono gratuitamente le persone in strada che hanno bisogno di un supporto legale. Tra le altre attività ci sono un'associazione teatrale, BiciCentro (officina per biciclette), sartoria e una unità mobile.
L'associazione: http://www.piazzagrande.it/
Fadi, senza una cittadinanza. L'Italia gli nega un suo diritto, "come se fosse un obiettivo personale"
Gentile Andrea,Dopo l'invio al ministero della mia replica al preavviso di diniego e l'invio da parte dell'Assessore comunale all'immigrazione di una lettera a mio sostegno, visto l'eterno silenzio, mi sono rivolto ad un legale per ottenere una risposta definitiva alla mia richiesta di cittadinanza.
Il mio avvocato mi ha autorizzato a diffondere il materiale, inclusa la nuova lettera di replica al ministero, relativo a questa assurda situazione, probabilmente unica in Italia visti gli addirittura due preavvisi di diniego e l'impegno messo per far di tutto a negarmi questa cittadinanza per me che non ne ho nessuna.
A questo punto le mie origini Palestinesi mi vengono in soccorso per trovare le forze necessarie a lottare ancora e sto preparando una nuova lettera da inviare, completa di tutti i documenti, a chiunque (istituzioni, giornali, ecc per circa 30 destinatari) possa aiutarmi a rendere pubblica la mia situazione fatta di una negazione continua del mio diritto ad ottenere la cittadinanza, pur avendone i requisiti.
La ringrazio e mi vorrà scusare se approfitto ancora una volta della sua disponibilità.
Non esiti a contattarmi se necessita di chiarimenti o ha suggerimenti da darmi al riguardo.
Cordiali saluti.
Fadi
Noemi, una bambina calpestata e umiliata
Egiziana inizia la sua battaglia molto tempo fa. A soli 27 anni, suo marito muore per colpa della leucemia. Dodici anni fa, moriva anche suo padre a causa di un tumore. Per la stessa patologia si ammala anche sua mamma. Poi, a maggio del 2009 Noemi, è colpita improvvisamente dalla sclerosi multipla.
Ma Noemi non ha una pensione? “ Percepisce un’indennità di frequenza una volta all’anno. Quando la bambina ha fatto la visita per la pensione è stata vista da una psicologa”. Da lei è stata respinta la domanda per la 104 e l’accompagnamento. “Dove devo sbattere la testa? Cosa devo fare per aiutare la mia Noemi? Perché devo sempre lottare per avere dei diritti che Noemi dovrebbe avere?”. Noemi ha bisogno di visite frequenti, di farmaci e di una stabilità. “Io e mia figlia ci sentiamo sole e abbandonate da tutti”.
“Gaza aiuta a restare umani”. Intervista a Jehad, giovane palestinese

Rifugiati afghani abbandonati alla stazione Ostiense (Roma)

Sono accampati in un angolino della stazione, ma dinanzi agli occhi di TUTTI i passanti. Mi avvicino a loro, cerco di familiarizzare e ogni tanto cerco di dare uno sguardo all'interno di quel piccolissimo Lager dove vivono 35/40 persone.
Ci sono decine di tende blu infuocate dal caldo torrido di questi giorni. Chiedo se posso entrare: "certo, ma senza fare le fotografie per favore" mi rispondono un pò alterati perchè delusi dai tantissimi giornalisti che sono passati di lì solo per dare voce al loro "pezzo" e alla loro avidità.
Entro nel piccolo lager e inizio a percepire la non vita. Il sole scotta, metto una mano sopra le tende e sono davvero infuocate. L'odore è forte e irrespirabile. Loro, mi seguono, sorridono e chiedono aiuto.
Sono tutti giovanissimi e RIFUGIATI. Sorridenti e felici di vedere un volto "diverso" si sono messi in posa per qualche scatto di fotografia. Mentre parlavo, loro erano in cerchio ed io lì in mezzo mi chiedevo come mai sono lasciati così senza alcun diritto. Hanno iniziato ad innervosirsi parlando della loro situazione: "Siamo partiti dall'Afghanistan per venire nel terzo mondo" mi dicevano.
Si parla di integrazione ma non hanno alcun contatto con gli autoctoni, sono sbattuti in un lager senza alcun sostegno da parte di nessuno. "Siamo trattati come degli animali. Qui non si può stare più. Nessuno di noi è criminale" sono le parole che rimbombano in quel posto della vergogna.
"Tutti ci promettono, tutti scattano le foto ma nessuno ci aiuta veramente. Non siamo dei giochini, siamo uomini come voi". Fuori quel maledetto luogo ci sono bar, gente che passa, insomma non è un posto isolato. Centinaia di persone al giorno vedono questo schifo. E quando domando a loro perchè sono lasciati abbandonati in questo squallido posto mi rispondono "Purtroppo non riescono a sistemarli diversamente". Difficile da crederci.
Le voci dei tunisini delusi dall’Italia: “Si rischia la vita per nulla"
Un ragazzo tunisino mi ha consegnato una fotografia scattata qualche settimana fa. In questi giorni post-rivoluzionari per intenderci. Nella foto si vedono due ragazzi in un tetto con il cappio al collo e, sotto ai loro piedi, un cartello con la scritta “il lavoro o la morte”. Dopo le manifestazioni e la caduta del regime, il popolo tunisino vuole i fatti. “Questa è la realtà della Tunisia oggi. Non funziona nulla. Il governo provvisorio non risponde alle esigenze dei giovani: per questo si preferisce emigrare”, mi racconta Iskander Chetiba, uno studente di Tunisi che ha partecipato alla rivoluzione.Molte persone preferiscono scappare da questa terra, soprattutto i giovani. Anche Jawher Alayet, 22 anni, il 18 marzo decise di imbarcarsi dalla Tunisia con una “carretta”, come tante se ne vedono in questi giorni nel Mar Mediterraneo. Le onde del mare lo hanno inghiottito e Jawher non è mai arrivato in Italia. “Un giovane che adorava la vita. In Tunisia stava bene, ma voleva viaggiare, provare l’avventura e conoscere cose nuove. Ha deciso di rischiare per nulla”, dice il suo amico Hafedh, un ragazzo che ha vissuto la realtà italiana per qualche anno. Jawher pensava di trovare una vita migliore, invece è morto. Forse, a questo ragazzo è stata risparmiata un’enorme delusione, avrebbe voluto giungere nell’“isola incantata” per essere libero e felice.
Hafedh prima della rivoluzione è stato espulso dal territorio italiano e alla domanda se tornerebbe in Italia, in modo chiaro e preciso ribadisce: “Io sto bene qui, in Italia non ci tornerò mai più. Mi hanno trattato male. Da voi è sempre colpa degli immigrati, anche se piove. Quando sono stato arrestato perché senza documenti, un agente mi ha portato un panino con il prosciutto. Gli ho detto che sono musulmano e non posso mangiare maiale. Lui mi ha risposto che lo dovevo mangiare altrimenti mi lasciava morire di fame. Ho fatto lo sciopero della fame per due giorni”. Il ragazzo visibilmente deluso dall’Italia, conclude: “Abbiamo perso tanti bravi ragazzi in mare. Non hanno capito che l’Italia non è un sogno, anzi può diventare un incubo”.
Di tutt’altro parere è invece Iskander che desidera cercare un futuro in Europa: “La miseria ti fa fare di tutto, ti annulla il cuore e la mente. Di questo passo anche io proverò a venire in Italia”.
C’è chi viene, ma anche chi va, per motivi di cuore. Qualcuno in Italia non vuole restare e non riesce a capire perché molti tunisini partono abbandonando il Paese. Così, spinta dall’amore per quella terra, Leila Meriem, senza pensarci neanche un secondo, ha abbandonato l’Italia per raggiungere la Tunisia. “Mi fa un po’ male vedere tanti miei connazionali partire proprio adesso che il paese ha bisogno di tutti. Adesso che possiamo e dobbiamo andare incontro a precise responsabilità per il rinnovamento della Tunisia. Non parlo ovviamente dei profughi per i quali l’unica soluzione per salvarsi è chiedere asilo politico ad altri Stati che hanno il dovere di accoglierli”.
vivere con il fiato sul collo. Lettera di una mamma disperata

L'ho conosciuta qualche tempo fa e mi ha raccontato la sua difficile storia. Una esistenza fatta di malagiustizia e uomini potenti senza scrupoli che le stanno con il fiato sul collo. Lei deve stare zitta e non deve parlare. Loro hanno i soldi, il potere e sono violenti. Hanno tutto ciò che serve per avere la giustizia dalla loro parte in questa società. "Il brutto è che non puoi fidarti di nessuno" mi disse un giorno. Neanche delle istituzioni, anzi soprattutto di loro che all'interno puoi trovare il corrotto mafiosetto di turno che ti rovina la vita.
Ora, ha scritto una lettera a suo figlio sul perchè vuole gridare che tutta questa non è vita:
...MOLTE volte mi hai chiesto stupito perchè Grido.........................è l'unica domanda che ancora riesci a farmi....
Penso che sia il momento di darti una risposta,ma ciò che non riesco a dire con le parole ,poichè la mia anima è straziata da tanti inganni,lo scriverò,affinchè nulla ci sia che possa ,con l'inganno modificarlo e annullarlo.
GRIDO PERCHE' .........
a volte grido perchè essendo sorda non sento molto
a volte però perchè ho paura di un mondo senza amore,
a volte perchè così .................mi puoi sentire.
E, già figlio mio.........
è un'abisso ora che ci separa......quel mondo strano e doloroso che non avremmo mai voluto,nè per noi nè per l'Umanità.
Ma esiste solo un'arma per combatterlo e trasformarlo....l'Amore.
I portatori di sogno.......strane figure......
l'amore non deve ,non può morire dentro di te.
si può mimetizzare, nascondere....
...schermarsi dietro l'ira, ma non può morire perchè non dipende dalla nostra volontà .
LUI fa parte di noi....di noi...sempre L'AMORE.
e chi siamo noi per combattere la nostra stessa natura, questa grande potenza creatrice universale....
quanto è più naturale e veloce e gioioso l'amare quanto è faticoso, deprimente e autodistruttivo l'odio.
certo che a volte uno preso com'è da veder questo e quello, nella confusione globale di un mondo che si sta trasformando in nemico.....dicevo, una persona. mica se lo ricorda sempre.
Se vuoi cambiare il mondo,devi diventare il cambiamento che vuoi.
Siamo noi il mondo......un mondo che a forza di odiare .. ci trasforma...ci fà dimenticare.
ma noi siamo il mondo........siamo anche il mondo dell'amore.....quello che leggevi ...sui libri cuore.....quel mondo fatto di rispetto.
Il mondo dei sorrisi....quello del rispetto,quello della gioia di vedere il caro sorridere.
E' ancora vivo questo mondo ,figlio mio,te lo assicuro....ha solo bisogno di coraggio e di fede.
Allora...... quando vedrai davanti a te questi uomini e queste donne, lacere,stanche dal lungo cammino.....
non disprezzarli poichè non li riconosci.....
sono i Portatori di sogni e col loro passaggio ci ricordano che se vogliamo ......l'Amore ci è ...sempre accanto.
MA CI DOBBIAMO CREDERE........è una scelta obbligata... si chiama fede....
Dobbiamo sapere quello che rappresentiamo e scegliere di proteggerlo,a qualunque costo.
E' questo l'Amore .......
I PORTATORI DI SOGNO.....................
quei sogni che,non hanno materia ma solo energia ............energia costruttrice e gioiosa............che è infinita ...supera la materia e lo stesso tempo.
secoli dopo secoli.sono sempre presenti ad illuminarci la via.....sta a te scegliere se camminare nella luce .
Ogni sogno può essere esaudito....se l'energia è amorevole.............nulla è impossibile per chi non guarda sè ma il sè in ogni frammento di luce.
E così..............che solo l'amore porta alla compassione.......condividere il dolore e la gioia.
E per uno strano caso del destino......l'oblio non mi è concesso e perennemente mi trovo a testimoniare la catastrofe delle distruzioni.
Diffida Figlio mio.......dai distruttori poichè nulla c'è di naturale in loro.
Confida ,invece nei costruttori.............poichè il lavoro da loro svolto ..........è l'anima dell'universo nelle sue molteplici forme.
E sè...............proprio non mi credi.....e ti capisco.............
guardati attorno e rifletti sulle meraviglie.... universali .........
Tutto è rivolto a proteggere, aiutare.....rigenerare..........rinascere....e sorreggere......
trasformare facendo rinascere......energia positiva.
In natura la legge di qualsiasi animale è quella di difendere le femmine e la prole...ma di tutto il branco.
Quasi tutte le specie si soccorrono e hanno una visione globale della loro esistenza.
La madre è fondamentale per la sopravvivenza del branco e anche la prole.
La terra ti nutre......senza essa non potresi vivere...........guardala...........
c'è in lei un immagine sola che non sia di rinascita nella protezione e sostegno naturale?
MA TUTTO CIO' E' TALMENTE NATURALE................CHE NON POSSIAMO NE' NOI NE' LE GENERAZIONI FUTURE CANCELLARE O PENSARE MINIMAMENTE DI SCALFIRE.
L'amore genera amore......e quindi sopravvivenza in un sistema evolutivo amorevole
L'odio può solo volgere all'auto distruzione.
Impara a vedere i segnali di amore....a riconoscerli.
Non hanno volti noti......nè frasi ad effetto.....
essi vestono di nulla e non hanno lingua.
Li riconoscerai se avrai amore in te.........
I portatori di sogno te lo ricordano...........
I portatori di sogni ti ricordano che la pace è amore,la guerra sei anche tu...nel tuo piccolo mondo.
LOTTARE PER UN'IDEALE ED UN SOGNO COMUNE ....è questo che cambierà il mondo. Sapere di avere vinto per il futuro
lo sai già....è la mia strada da molto tempo ormai....forse lo è sempre stata.
Non puoi pensare di essere uomo....o donna.....se anche solo un'esserino così soffre.
Il deserto italiano per Giovanna e la sua bambina
Molti semplici cittadini sono costretti a crepare. Qui, nessuno ti aiuta, ne sanno qualcosa anche i bambini, tanto tutelati a parole e poco nei fatti. Lo Stato e servizi sociali, che secondo le leggi ed un intangibile diritto umano, dovrebbero essere al servizio dei veri bisognosi, sono oggigiorno privi di fondi per chi ne ha bisogno.
Mancano i soldi per curare i bambini, per rendere la loro vita decorosa, per dare a loro e alle mamme una dignità, ma non mancano soldi per meeting lussuosi, manager strapagati e sprechi su sprechi che si vedono in giro per il Paese. Avere un lavoro è diventato davvero un lusso. Al massimo, puoi riuscire a trovare qualcosa a 2-300 euro al mese. Sfruttato e sottopagato, con questi stipendi, non riesci neanche a respirare l’aria. Un lavoro in nero c’è sempre per tutti, ti dicono che è illegale, ma non credergli, perché è tollerato e fomentato proprio dalle istituzioni.
GIOVANNA E LA SUA PICCOLA BAMBINA
“Ho estremamente bisogno di un lavoro. L’ultimo contratto regolare per me è stato tre anni fa,un lavoro a termine alle dipendenze del Comune di Milano” dice Giovanna Lazzerini, mamma di una bimba di otto anni. Vive nella metropoli milanese e da tre anni ha ricevuto porte in faccia e ripetute proposte di lavoro in nero. Non male, trovare solo lavoro irregolare in una repubblica fondata sul lavoro.
Giovanna si è diplomata al liceo classico, il suo sogno era laurearsi, ma non ha potuto continuare gli studi dato che noi piccoli comuni mortali, non abbiamo la possibilità di farlo quando ci tagliano le gambe. Ha lavorato sempre come operaia, nelle pulizie, in cooperative che ti spremono fino allo sfinimento. Giovanna, da 8 anni, ha una bambina piccola e tutti sappiamo come è difficile in Italia dare tranquillità, spazio e gioie alle piccole bambine che sono dimenticate anche dai loro papà.
Il padre della bambina, da mesi è “latitante”. “Inizialmente si presentava con 150 euro al mese poi non ha dato più nulla alla bambina – dice Giovanna -. Oltre a non passarmi niente, negli ultimi mesi mi fa pressioni, perchè il peso del mantenimento della bambina, ogni dovere materiale e morale, ricada sulle mie spalle”.
L’ ultimo lavoro “serio” l’ha avuto nel 2007, quando era alle dipendenza del comune poi, il buio più totale per Giovanna. La situazione già precaria, diventa ogni giorno insostenibile. “Reggo questa situazione da tre anni ma mi sento ormai sfinita”. Così, mamma Giovanna, ha deciso di fare uno sciopero della fame: “Ho deciso di farlo e spero che la mia vicenda, se portata davanti all’opinione pubblica, possa finalmente avere un esito positivo”.
Vuole un lavoro, con un minimo di tutela, perché in questi tre anni, Giovanna, di tutele non ne ha avute per niente. Ha lavorato da dicembre del 2009 fino a febbraio del 2010 in un call center (copcom). Stava al telefono 12 ore al giorno, il venerdì, il sabato e la domenica per sole 200 euro al mese. “Ho avuto delusioni dallo stato e anche dalla chiesa e ora non mi resta che fare lo sciopero della fame. Voglio un lavoro regolare, che mi permetta di stare con mia figlia, un lavoro come tutti”.
Giovanna non riesce più ad andare avanti, ci sono le amiche che spesso la aiutano: “La bimba il giorno mangia a scuola, la sera ci invitano gli amici”. Il tutto sotto gli occhi della piccola che si è accorta di uno Stato latitante, che non gli permette di andare al cinema, di giocare e di mangiare un gelato. Le istituzioni non gli permettono di fare semplicemente la bambina.
Andrea Onori
Angela racconta cosa significa vivere in un lager di stato
Lo sa benissimo Miguel, che afflitto dalla disperazione, ingoia due pile e della candeggina. Non riesce a sopportare di sottovivere in prigione, senza aver commesso nessun reato. Compie un atto estremo e spera che qualcuno si accorga di lui, della sua storia, delle sue aspirazioni spezzate.
Eppure, le istituzioni chiamano “ospiti” le persone che entrano all’interno di questi centri. Qualcuno si sorprende quando vengono chiamati Lager di stato. Qualcun’altro non resta turbato quando viene a conoscenza di storie raccapriccianti, perché sa cosa succede all’interno di quelle celle e qualcun altro ancora, è indifferente e accetta quel che può subire una persona colpevole di non avere un documento a portata di mano.
Succede che più conosci quella realtà e più scopri racconti incredibili e persone che vogliono narrare le loro esperienze dirette, vissute da protagoniste all’interno di quelle gabbie. Ci sono i migranti reclusi (come Miguel, Adel, Elham, Joy ecc) che ti implorano a scrivere e raccontare di loro. Ma ci sono anche gli operatori spesso andati via dal centro disumano e che vogliono raccontare le atrocità subite dai migranti.
NON GRADITA A PONTE GALERIA
Molte volte gli operatori che lavorano nei vari Cie d’Italia mi chiedono di mantenere segreta la loro identità per paura di perdere il posto di lavoro o per il timore di essere perseguitati. Questa volta, ci sono Nomi e cognomi. “Puoi fare tranquillamente il mio nome e anche il cognome se vuoi, io dico solo la verità” dice Angela, quando gli chiedo se vuole che la sua identità venga svelata.
Angela Bernardini, ha lavorato nel Lager romano di Ponte Galeria con la CRI dal 1998 al 1999, con varie mansioni: segreteria, logistica, ambulatorio. Come un fiume in piena mi ha raccontato ciò che succedeva all’interno di quel centro disumano sempre esaurito e stracolmo di persone.
“All'epoca - racconta Angela Bernardini - non esistevano nè regole, nè tanto meno diritti, almeno non codificati da un regolamento. I reclusi andavano a fortuna, secondo chi era di turno nei vari settori di competenza o delle forze dell’ordine”. Vi era una estrema difficoltà ad avere colloqui con gli avvocati e con i familiari. Tutto ciò che avevano, quando venivano portati al centro, era sequestrato e custodito in alcune cassette. “Non so se quando uscivano i militari ridavano loro esattamente ciò che avevano all'inizio della detenzione” dice l’ex operatrice di Ponte Galeria.
“Ho sempre cercato la vicinanza umana con i detenuti, volevo conoscere le loro storie, sapere della loro vita, aiutarli a restare persone”, perché spesso come mi hanno raccontato molti ragazzi reclusi in un Cie, è difficile restare se stessi, quando esci da quell’inferno cambi. “Io voglio restare me stesso, spero di farcela” mi diceva Miguel prima di essere espulso.
“Mi ero conquistata la loro fiducia ed il loro rispetto”, tanto che in un’occasione, Angela, è riuscita ad impedire una rivolta e in un’altra addirittura volevano fare lo sciopero della fame per lei. Era accaduto che in mensa un detenuto, “forse impazzito per davvero o forse per finta, mi ha mollato un cazzotto sulla fronte”, lasciando Angela stordita e dolorante. “Questo poveraccio – racconta l’ex volontaria della CRI - successivamente è stato massacrato di botte dai poliziotti, malgrado i miei tentativi di impedirlo”. Secondo Angela a condurre il pestaggio fu Massimo Pigozzi, che è uno dei tanti che parteciparono al pestaggio di Bolzaneto, durante il g8 del 2001, secondo le indagini condotte avrebbe dilaniato una mano ad una ragazza, divaricando le dita fino a quando la pelle si è lacerata. Secondo le agenzie di stampa, Picozzi è stato accusato anche di aver violentato nel 2005 alcune prostitute romene nella camera di sicurezza della Questura di Genova. Per precauzione, il comandante aveva deciso che per un pò Angela non entrasse in contatto con gli “ospiti” e proprio per questo motivo, i detenuti, “si sono rifiutati di andare alla mensa se non ci fossi stata io”.
ABUSI E LE VIOLENZE SNERVANTI
Era scomoda Angela, troppo umana per il potere che cinicamente deve dettare legge e impedire che uscissero fuori le vicende. La sua "confidenza" non piaceva nè ai responsabili della CRI, nè a quelli delle forze dell’ordine. “Mi spiavano, mi controllavano, mi seguivano per vedere se passavo loro droga o facevo favori sessuali”. Forse anche per trovare un pretesto e poi chiedere il suo silenzio ricattandola, chissà.
Ma ad abusare sessualmente delle detenute erano altri racconta Angela: “ So che alcuni militari, e anche qualche volontario, in cambio di sigarette e schede telefoniche avevano rapporti sessuali con viados e prostitute”. Spesso, all’interno del centro, si trovavano preservativi usati che certamente i detenuti non potevano avere con se, “come non erano certo i detenuti a far entrare la droga. Io stessa ho tirato fuori da un bagno un ragazzo in overdose”. C’era sempre qualcuno che abusava della loro debolezza e chi pagavano erano sempre le donne, con le “normali” prestazioni sessuali.
Angela comprava le sigarette ai detenuti, ma senza chiedere nulla in cambio. “A volte non potevo dar loro il cambio della biancheria intima”, entravano e uscivano praticamente sempre con quello che avevano addosso al momento del fermo. “Chi protestava veniva sedato, spesso con le botte e messo in isolamento in una stanza priva di tutto”.
Un giorno, Angela accompagna con l’ambulanza all'ospedale San Camillo un ragazzo che aveva dei gravi problemi di autolesionismo. “Io riuscii a convincerlo ed entrai in ambulanza con lui, malgrado non fossi di turno in ambulatorio”. Il ragazzo, aveva una lametta nascosta in bocca e avrebbe potuto fare del male a se stesso e ad Angela, ma con calma l’ex operatrice, cercò di farsi dare la lametta dal detenuto. Al rientro al CPT, “mi beccai una grande lavata di testa dal comandante e dopo due giorni, ricevetti una telefonata dal responsabile del mio gruppo, che mi diceva che non dovevo più presentarmi al Centro, perchè non gradita”.
Sono seguiti giorni da incubo, “ho cercato di parlare con tutti i vertici della CRI, ma non ci sono riuscita. Mi avevano creato intorno un muro impenetrabile. Alla fine, mi hanno costretto ad andarmene, in quanto sottoposta ad un mobbing continuo”.
FACCETTA NERA
Un giorno, uno come tanti, verso l’ora di pranzo, Angela racconta che mentre alcuni internati uscivano dalla sala mensa, altri invece si erano intrattenuti ai tavoli per scambiare qualche parola tra loro. Improvvisamente, "dagli altoparlanti presenti nella sala, si sono diffuse ad alto volume, le note di Faccetta nera”. Tra il poco stupore degli ospiti, “che quasi certamente non conoscevano quella marcetta” e lo sconcerto tra i volontari in servizio, le note ad alto volume continuavano a cantare tra le risate dei militari.
Angela, chiese dove fosse la centrale che governava gli altoparlanti, e “mi è stato risposto che era il posto di polizia, sito al secondo cancello di ingresso, quello che conduceva fisicamente dentro il corpo vivo del lager”.
Senza pensarci due volte, Angela si è precipitata verso il posto di polizia: “c’era un poliziotto con davanti a sè un mangianastri e la custodia di una cassetta dal titolo inequivocabile: Inni e canti del Ventennio”. Angela chiese al giovane poliziotto se si rendeva conto di quello che stava facendo, “non solo offendeva i reclusi, ma stava commettendo anche il reato di apologia di fascismo”.
Incurante di tutto ciò e del potere conferitogli dallo Stato, sorrise e in maniera ironica “ha preso la cassetta dal mangianastri, l’ha riposta e ne ha presa un’altra, dicendomi: ma io stavo mettendo Baglioni”. Con coraggio Angela fece rapporto al funzionario di PS responsabile e il poliziotto fu successivamente allontanato dal CPT, ma “per molto tempo sono stata guardata malissimo da tutti i vari addetti delle forze dell'ordine”.
Oggi, al Cie di Ponte Galeria non c’è più la CRI, ma la Cooperativa auxilium. “Da quello che leggo, non mi pare che le cose siano migliorate". E effettivamente non lo sono davvero. "Stare a Ponte Galeria mi ha cambiato per sempre la vita” parola di Angela.
Cittadina Italiana, “rifugiata” in Italia, reclama i suoi diritti
Oggi, è stata abbandonata da tutti. Non ha un lavoro e neanche una casa dove poter riposare. E’ una donna che ha perso tutto ciò che possedeva dopo essersi installata in Congo per 7 anni. Quella, era la sua vera terra che gli ha dato tante gioie. “Mama Africa”, così la chiamavano gli abitanti del luogo dove era residente, dovette abbandonare quella splendida terra dopo lo scoppio di una guerra terribile. E’ stata costretta a tornare nel 2001 lasciando i figli e il marito in Congo.
Un forzato e triste ritorno in “patria”, senza soldi e senza un tetto sopra la testa. Fiorella sicuramente è più congolese che italiana, qui non ha famiglia e “non ho più potuto pagarmi la stanza perché do lezioni di lingue straniere e d’estate è tutto fermo”.
L’Italia è diventata cinica e spietata, viene a mancare quel senso di collettività e di saggezza che si trova nella terra africana. Fiorella ha bussato alle porte delle istituzioni chiedendo aiuto essendo una “rifugiata” reclama i suoi diritti fondamentali, “in più – dice Fiorella - c’e’ anche la violazione da parte delle istituzioni regioni, province, comuni, circoscrizioni, servizi sociali, di una legge dello Stato che impone il sostegno economico per le persone in stato di indigenza totale”.Le porte delle istituzioni, non si sono aperte, è comparso solo un biglietto da visita presso la Caritas.
I soldi stanziati per i servizi sociali dove sono? In tasca di chi vanno a finire? “Purtroppo – afferma Fiorella – i soldi per i veri indigenti finiscono altrove. Sono stanziati per favorire gli interessi politici e della cricca dei servizi sociali”. Purtroppo chi può testimoniare è proprio l’emarginato, colui che fa paura alle cricche. Chi sa, sono i cosiddetti barboni spesso afflitti da alcolismo e problemi mentali, “ chiunque finirebbe cosi, anche io ci sono molto vicina, se ti levano tutto”. Purtroppo però, con la forte disuguaglianza che c’è nel nostro sistema giudiziario e nel fronte dei diritti umani, non hanno la forza di dire la loro.
Sono 10 anni che vive tristemente in un inferno. “Ho sopravvissuto – dice Fiorella - vivendo peggio di un’immigrata clandestina. Salto abitualmente i pasti, non posso comprarmi vestiti e scarpe se non quelli cinesi quando va bene”. Fiorella si arrangia come può, fa “non-lavori” in nero, sottopagati e schiavistici.
“Ho trovato un’Italia incarognita e irriconoscibile, cattiva,cinica, indifferente alla sofferenza”. Con i suoi occhi vede un’Italia brutta, peggio dell’Africa: “li la miseria è di casa ma un cuore ce l’hanno, dividono anche il poco o niente con gli altri”. Per lei in Italia “è stato un inferno, ho vissuto esperienze allucinanti, sto male, sono anni che vivo con le valigie in mano.
Da poche settimane Fiorella fa la badante “schiava” come racconta lei stessa. Accudisce una signora anziana per 18 ore al giorno e ”sto molto male per la mancanza di sonno. La signora dorme 2 ore se va bene. Si alza e comincia a fare casini incredibili, urla, sposta mobili, prende coltelli e versa le cose sul pavimento in cucina. Se tento di chiudere occhio lei mi chiama”.
Fiorella, cittadina italiana, chiede di essere liberata dalla morsa della schiavitù e reclama i suoi diritti. Nient’altro. “Mi piacerebbe tanto poter tornare lì, a lavorare con un’organizzazione. Ho grande esperienza come educatrice e animatrice culturale, ma la situazione disperata in cui mi trovo non mi permette il tempo e la lucidità di fare ricerche.” Proprio lei che si è prodigata ad aiutare gli altri, “devo ritrovarmi così, senza comprensione, senza aiuto anche morale”. Subisce i maltrattamenti dell’occidente e dei suoi abitanti indifferenti, “ nessuno capisce che non ce la faccio più, che sono stata forte e coraggiosa, ma ora sto troppo male”.
Andrea onori
Ramona e i suoi bambini in prigione a cielo aperto

Questa storia non è italiana, proviene dalla vicina Svizzera. Ho conosciuto la storia, o meglio, l’incubo di Ramona qualche anno fa. Ed ora, i problemi non sono finiti. Più passa il tempo e più sembrano aumentare. La storia di Ramona e dei suoi bambini è lunghissima ed è tutta basata sulla speranza di trovare una sicurezza e una felicità mai avuta.
Tutto quanto ha inizio un pomeriggio in un parco giochi dove Ramona portava sua figlia a giocare.
“Eravamo come sempre un gruppo di amiche – racconta Ramona – ma quella volta si aggiunse anche un uomo”. Tutto inizia da lì, quando conobbe un ragazzo di origine marocchina. Il 16 agosto del 1999, si sposarono davanti al municipio di Bellinzona “visto che a Lugano avevano rifiutato di compiere il matrimonio fra una cittadina svizzera e un cittadino marocchino”.
Il loro matrimonio non è stato rosa e fiori, anzi, i problemi coniugali iniziarono sin da subito. Poi, la mancanza di soldi aggravava sempre di più la situazione familiare. Due giorni prima del matrimonio, Ramona, però scopre di essere incinta. Sembra ristabilita la calma, ma tutto ora diventa più difficile. Il 5 febbraio 2004 scoprì di essere di nuovo incinta “Ho nascosto la gravidanza. Successivamente scoprì che la bimba era malata e che sarebbe stato opportuno abortire”. La mattina dell’intervento Ramona si è recata da sola in ospedale “e senza il sostegno di lui, che mi avrebbe dato forza”.
Verso la fine di agosto, il marito di Ramona sparì senza dire nulla. “Per 10 giorni – racconta Ramona - ho pianto ininterrottamente, non sapevo che cosa le fosse successo. Pensavo a qualcosa di male, anche perchè non avevamo litigato”. Poi, la polizia è riuscì a trovarlo e da lì è iniziato tutto un percorso infernale per Ramona“. Avevo perso molti chili ma alla fine mi ero arresa e non potevo più riaverlo”. All’inizio era solo un periodo di incredulità, poi, dopo un po’ di tempo sono apparsi i primi segnali di difficoltà, “non riuscivo a credere che lui era scomparso nel nulla senza nessun apparente motivo”. Ramona contatta la psicologa, la Dr ssa F.Bianchi, per aiutare la sua piccola.
La bambina si trovava bene a scuola, la Bertaccio, “era una scuola stupenda, con dei maestri stupendi. La maestra di mia figlia, la Sig.ra D.Scopazzini, era stupenda e meravigliosa”. Dopo che ha avuto a scuola la sua bambina, scopre che sarebbe stata la maestra anche del suo bambino. Purtroppo arrivò la notizia che nella scuola, una classe, doveva chiudere per mancanza di iscrizioni. “La maestra fu spostata in un’altra scuola e alla scuola dei miei bambini venne un’altra”. La classe di mio figlio non era così facile da gestire, ma la Scopazzini ci riusciva meglio di nessun altro, “Io credo che alla fine con mobbing e cattiveria sono riusciti a strappare la maestra dalla nostra classe”.
Da questo momento è “l’inizio della fine, per mio figlio e per me”. Il piccolo bambino, dopo che il papà era scappato, ha iniziato a manifestare i primi segni di debolezza e di difficoltà a scuola. Per questo motivo, “ho portato anche lui dalla Psicologa, la Dr.ssa Blasera”.
A scuola, con la nuova maestra, i bimbi iniziavano ad essere più irrequieti e “si mettevano tutti contro tutti. Non la accettavano”. In classe succedeva di tutto e non era facile trattare bambini irrequieti. “Mio figlio per mesi, mesi e mesi ha ricevuto insulti dalla peggior sorte da parte di altri bambini”. Poi, un giorno, stufo degli atti di razzismo perpetrati dai bambini, che ovviamente imparavano dai “grandi” e in famiglia, il bimbo di Ramona rispose alle provocazioni e alle botte “che tuttavia ancora oggi riceve”. Da allora il suo bambino è stato giudicato dai grandi come cattivo e violento. Il bambino di Ramona dopo aver subito ancora una volta, prende una scopa e la lancia addosso ad un suo compagno di scuola. Le conseguenze di questo gesto sono “ terribili e ancora non sono finite”. Dopo quello che era successo, prima delle vacanze estive del 2009, Ramona viene invitata a parlare con il direttore della scuola, A.Foglia.
“Sono stata attaccata e aggredita. Mi viene detto che io praticamente sarei una mamma debole e incapace”. Il figlio di Ramona viene etichettato, come spesso si fa oggi, come un piccolo bullo da isolare. “Se sarebbe successo ancora qualcosa, sarebbe stato buttato fuori”. All’inizio dell’anno scolastico 2009 –2010, i bimbi riprendono l’attività scolastica e succede che il figlio di Ramona litiga con un suo compagno si scuola. “Il direttore di conseguenza, e senza che io fossi stata avvisata, ha chiamato le autorità”. Il pretore, dopo necessarie analisi e colloqui, ha ordinato una perizia genitoriale.
Ramona frequenta uno psicoterapeuta, incaricato della perizia. Nel secondo appuntamento “sono stata aggredita verbalmente e per poco non mi metteva le mani addosso. Il risultato della perizia mostrò che “ io dovevo essere la cattiva, e il papà che si ripresenta dopo 5 anni era il buono”. Ovviamente, ciò voleva dire che il bambino doveva essere tirato via dalla mamma, ma “alla fine sono riuscita a convincerli”.
Lo stesso pretore decise che “mio figlio doveva essere esternato. In poche parole, durante il giorno, non doveva stare in casa, ma rientrava solo per dormire.” A questo compito doveva occuparsi una collaboratrice del servizio sociale. “ con lei stiamo cercando di far cambiar scuola al bambino”. A quanto pare però, non è così facile. Molte scuole lo rifiutano. “ Non ce la faccio più, stanno sfinendo me e il mio bambino” dice Ramona. E’ un anno che questa storia tira ad andare avanti, secondo la donna, a suo figlio, “ non gli permettono di fare niente: ne religione, ne ginnastica. Nella settimana verde, non è stato portato con la classe e ha pianto tantissimo”.
Ramona è disperata e non sa più cosa fare e a chi rivolgersi. “ Ho paura di perdere mio figlio per colpa del direttore della scuola”. Ramona ha provato a parlare con i direttori di altre scuole, ma “la possibilità che mio figlio possa cambiare sono poche.” L’unica cosa possibile, dice Ramona, “sono le scuole private, ma non ho soldi per permettermele”. Lei è convinta che questa situazione si è creata perché “mio figlio è di origine marocchina e io sono della svizzera tedesca”.
Il 25 luglio Ramona torna con i suoi figli da una vacanza in Marocco. Appena messo piede in Svizzera, “ mi sono ritrovata in un mare di guai. Peggio di cosi non mi può andare”. Ramona è partita con i suoi bambini “senza sapere che non dovevo partire e adesso vogliono darmi la colpa. Devo giustificare sempre tutto nella mia vita”. Ramona sembra reclusa, ogni suo movimento deve essere controllato, “anche se io, in fine dei conti, non ho fatto nulla di male”.
Ramona è partita portando in vacanza i suoi figli, per cercare di fargli cambiare quell’aria viziata che continuamente respirano. Cerca di proteggerli e di staccare da quel clima insopportabile. “Abbiamo fatto 5 settimane in mezzo al popolo marocchino, ho visto di tutto e di più, ma la vita semplice è bella. Se era per me non tornavo nemmeno qui. Non mi sento più a casa in Svizzera”.
Dopo quella splendida esperienza Ramona, torna di nuovo nella vita difficile della ricca Svizzera ed è di nuovo nei guai. “La sera prima di partire per la vacanza, ho ricevuto una lettera dal pretore e diceva che non dovevo partire. Non era una raccomandata, ma una semplice lettera. Io, nel casino per fare le valigie, non sono andata a vedere la posta di sabato”. Così la lettera è rimasta per giorni nella cassetta della posta.
Ramona è ormai esausta e non riesce a capire neanche più il suo avvocato “mi dice che devo pure consegnare i passaporti di tutti noi. Ma dove siamo? Mi sento imprigionata nel mio paese e non ho fatto niente. I passaporti non li consegno”. Il pretore è ormai convinto di ritirare il passaporto di Ramona, “io ho negato la consegna dicendo che ho bisogno di girare un po’ con loro ora che ci sono le vacanze e i bimbi si vogliono divertire. Io non ne posso più.Sono stufa di questo Paese”. Ramona continua a chiedersi “se la causa di tutto ciò sono le origini marocchine di mio figlio e io che non sono ticinese”.
Andrea Onori
Michele Panella: “rivoglio il mio posto di lavoro”

“Mi hanno buttato per strada. Ho 47 anni e famiglia. Prima ero sereno”. Sono le parole di Michele Panella, brutalmente licenziato dal crack della Tributi Italia Spa. “Ora mio figlio di 10 anni – racconta Panella - mi dice sempre: papà perchè l'ufficio è chiuso? come mai non hai più il lavoro? Perchè sei sempre nervoso?”
E provate un po’ voi a spiegare ad un bambino che lo Stato, colui che dovrebbe difenderti, ti sta ledendo un diritto. Non è facile, ma la realtà è questa e ad un bambino certamente non puoi e non devi far pesare questa interminabile situazione. Tutto per colpa di una società e uno Stato affarista ed imbroglione.
Panella, per 20 anni ha svolto un lavoro impiegatizio con diligenza e dedizione. Ha iniziato con la Mondelli Delmonte Srl, poi è passato con la Gestor Spa e infine l’appalto è stato vinto dalla Tributi Italia Spa. I problemi arrivano quando la Tributi Italia, con sede legale a Roma e sede amministrativa a Chiavari, ha iniziato ad avere grosse incertezze finanziarie. “Molti comuni – racconta Michele - hanno cominciato a revocare concessione per insolvenza contrattuale”. Anche a Rodi Garganico il comune dove ho residenza, ha revocato la concessione, “il mio sindaco mi diceva caro Michele noi dobbiamo revocare la concessione alla Tributi Italia Spa, ma stai tranquillo che nel nuovo bando di gara ti tuteliamo perchè a te nessuno ti ci toglie”. A queste parole Michele credeva moltissimo, ma dopo tante promesse, “mi ha sbattuto per strada”.
Mentre trascorreva inesorabilmente il tempo, Michele iniziava a perdere i suoi diritti. Fu sbattuto in mezzo ad una strada come una busta piena di spazzatura e sostituito da un concittadino, “che nulla capisce del mio lavoro che ho tenuto per 20 anni” racconta Michele. Poi c’è stata una sentenza del giudice che ha fatto tornare Michele alla Tributi Italia, ma l’azienda dichiarò il fallimento e il governo mise in cassa integrazione circa 700 dipendenti della vecchia Tributi Italia Spa.
“Nessuna clausola sociale per me – racconta Michele -, negli altri comuni tutti i sindaci hanno tutelato i lavoratori della Tributi Italia Spa. A me non mi ha aiutato nessuno, anzi, hanno calpestato la mia dignità di lavoratore”.
Sono mesi che Michele lotta per avere il suo posto di lavoro, “tutti sanno e tutti tacciono. Non lasciatemi solo nel difendere il mio lavoro che ho tenuto per 20 anni” racconta sconsolato. Nella vita non basta meritarsi un posto di lavoro, serve una forte raccomandazione. Chi ce l’ha è salvo, chi no, deve arrangiarsi e cercare qualcuno che ti possa infilare da qualche parte. E’ inutile restare allibiti, è questa l’Italia e tutti ne siamo colpevoli, maggiormente chi ci governa.
La perdita di un lavoro pesa come un macigno che si stacca da una montagna e va a colpire direttamente l’abitazione e tutto il nucleo familiare. Si pensa che lavorare sia un qualcosa che si dovrebbe conquistare con il sudore e con i denti. Invece no, il lavoro è un diritto di tutti. Non c’è lavoro? Allora i governati dovranno dichiarare il loro fallimento altrimenti che strappino la carta costituzionale o si dimettano in gruppo.
“Non mi sono mai interessato di politica, sono stato sempre neutrale, volevo solo lavorare, tenermi solo il mio lavoro”.Ora, quel lavoro gli è stato tolto proprio dalla politica e dai meccanismi fallimentari di un sistema arrivato al collasso che violenta e distrugge intere famiglie.
Da molto tempo, Michele, attraverso la lotta pacifica, combatte e si dispera contro chi non vuole ascoltarlo. “Davanti al mio comune con il mio cartello al collo dalle 8,30 alle 14,00, sempre in piedi e sempre sotto la piena indifferenza del mio sindaco. Mi hanno calpestato e continuano a calpestarmi.” Lui vuole solo una risposta diversa dal sindaco di Rodi Garganico, Carmine Danelli, e dal suo vice, Donato Petrosino. Da tempo si parla del lavoro che Michele avrebbe l’obbligo di svolgere in sostituzione della passata occupazione nella sede della ex Tributi. Gli appalti ora sono stati riassegnati alla concessionaria, Aipa Spa di Milano. La sua società, la Tributi, è fallita ed è prossima alla liquidazione.“Attualmente – dice Michele - siamo in cassa integrazione prorogata sino al 15 marzo del 2011.Abbiamo famiglie e figli da mantenere”.
Il sindaco, ha “offerto” a Michele, sin da dicembre del 2009, un posto da parcheggiatore a San Giovanni Rotondo, a 50 km da Rodi, con relativo addebito del viaggio sulle spalle e considerando che Michele dovrebbe percepire circa 600 euro al mese, sarebbe una miseria il suo stipendio. Questo sarebbe il lavoro che avrebbe avuto in sostituzione?
Michele si affidava, per la sua tutela proprio al sindaco,ma egli non ha risposto alla sua denuncia. Michele, sarebbe stato poco tutelato nel nuovo bando di gara, dopo che per 20 anni ha sudato e prodotto per nulla. “Per ritornare al mio lavoro –conclude Panella - confido per questo nel mio sindaco Danelli”, ma, come ripetuto, il sindaco continuerebbe a non ascoltare le richieste del lavoratore.
Andrea Onori
Ahmed troppo lontano da suo figlio
Oggi, Ahmed, per gli sbagli del passato, si trova recluso in un carcere di massima sicurezza ad Enna. “Mi domando perché” dice Ilaria, dato che questo tipo di detenzione è applicato quando ricorrono gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica. “Mio marito ha sbagliato, ma sta pagando troppo”.
Tutto ha inizio il 16 luglio 2008, quando la polizia fa irruzione nella loro abitazione alle 5 del mattino e, dopo una perquisizione, Ahmed viene portato in carcere. L'indagine per la quale viene arrestato è partita nel 2006 e prende il nome di “Operazione Wolf”. Nel fascicolo compaiono all’incirca trenta nomi tra albanesi, tunisini, italiani e marocchini, “a mio marito vengono imputati l'acquisto e lo spaccio di sostanze stupefacenti per mezzo chilo” racconta Ilaria. Nel fascicolo infatti compare l’illecito di traffico e detenzione di sostanze stupefacenti nel periodo che va da dicembre 2006 a marzo 2007, quando Ahmed era ancora in clandestinità.
Da luglio 2008 a dicembre 2008, Ilaria tranquillamente va a colloquio, con suo marito, nel carcere di Brescia. Un giorno di dicembre, la ragazza si reca nel carcere e scopre che suo marito è stato trasferito ad Enna. Ilaria, ha potuto vedere suo marito da luglio a dicembre. Poi, Ahmed non ha avuto più visite per la lontananza dalla famiglia.“Noi, io e mio figlio – dice Ilaria - risiediamo a Brescia e dato che per poterlo vedere dovrei spendere metà del mio stipendio, rinunciamo alla visita. Anche mio marito spinge per non venire ad Enna, dice che i soldi li devo usare per il bambino.”
La data del processo viene stabilita per il 20 maggio 2009 e verrà riportato a Brescia. “Dopo ben 5 mesi lo rivedo e cosa migliore, lui rivede il bambino” dice Ilaria. Il processo si articola in 6 udienze, (essendo considerevole il numero di imputati) che vanno da maggio a ottobre e nella pausa estiva, a luglio, Ahmed verrà riportato a Enna. Tornerà solo a settembre, “passano quasi due mesi senza vederlo nuovamente”. A settembre ricominciano le udienze e terminano a fine ottobre. Ahmed viene condanno a 6 anni e 10 mesi, multa di 28.000 Euro e espulsione dall’Italia. Tempo una settimana dal termine del processo e viene nuovamente trasferito a Enna.
Nel frattempo Ilaria e Ahmed decidono di cambiare avvocato che inizia a lavorare da gennaio 2010. Per prima cosa, fa un’istanza di arresti domiciliari che vengono respinti. Successivamente, presenterà altre due istanze (una delle quali al Tribunale delle Libertà) che avranno lo stesso risultato. Nel frattempo, a Maggio del 2009, viene fissata la data del processo d’Appello che sarà il 22 giugno 2010. Dopo 8 mesi di lontananza, Ilaria rivede suo marito.
La ragazza, disperata, si chiede come può essere possibile che ci sia un regolamento che impone un limite massimo di 50 chilometri per trasferire un detenuto e suo marito si trova a più di 1000 chilometri di distanza da lei. “Perché – conclude Ilaria - trasferiscono detenuti che hanno famiglia e fanno colloqui, mentre ci sono molti che non hanno nessuno. Anche a due assassini come Rosa e Olindo, è permesso vedersi. Mio marito non ha ucciso nessuno. Non pretendo che venga portato ancora a Brescia, ma Milano ha 3 carceri.
Come possono pretendere che il carcere rieduchi quando poi, ti strappano i sentimenti e la voglia di andare avanti?
Andrea Onori
CRI d’Abruzzo, il M.llo Lo Zito denuncia illeciti
Nonostante tutto, il M.llo capo Vincenzo Lo Zito non ha avuto paura di parlare e ha denunciato alcune irregolarità che sembrano avvenire nella Croce Rossa Italiana d’Abruzzo. Lo Zito, ha denunciato la Presidente Maria Teresa Letta, sorella di Gianni. Per il maresciallo, il 23 giugno 2010, alle ore 11.30, ci sarà la prima udienza ed ha già sostituito il primo avvocato difensore.
Ma veniamo al dunque. Lo Zito, è un dipendente della CRI a L’Aquila. Ha segnalato, presso le procure della Repubblica de L’aquila e Campobasso poi, alcune irregolarità, messe in atto all’interno del Comitato Locale di Carsoli (AQ) e del Comitato Regionale Abruzzo de L’aquila.
Presso il Comitato Locale di Carsoli, dove il M.llo era impiegato, il presidente, dice Lo Zito, “retribuisce illecitamente una volontaria del soccorso con un contratto di collaborazione, la quale svolgeva anche la mansione di Responsabile amministrativo.” Lo Zito, amareggiato, racconta che “il compito del responsabile amministrativo doveva essere svolto da me. Per avvantaggiare la volontaria sono stato trasferito con un’indennità di 14mila euro.” Perché spendere tutti quei soldi quando c’era gia il personale che veniva pagato con denaro pubblico?
Anche presso il Comitato Regionale de L’Aquila, lo Zito ha avuto problemi. la presidente, Maria Teresa Letta “svolgeva illecitamente e senza averne titolo alcuno, l’Amministrazione” dice Lo Zito. Aggiunge che il Presidente“firmava mandati di pagamento e avendo due conti correnti (uno del comitato locale di Avezzano e uno regionale d’Abruzzo) che erano gestiti autonomamente da lei.” Tali compiti spetterebbero unicamente al Direttore regionale. Anche lo stesso direttore aveva più volte lamentato l’anomalia gestionale e le irregolarità alla Banca dove era depositato il Conto Corrente del Comitato Regionale d’Abruzzo. “La Sig.ra Letta firmava senza averne nessun requisito”, afferma Lo Zito.
Oltre a queste denunce, aprendo una vera e propria battaglia infinita, il M.llo ha avuto e ha tutt’ora problemi personali. Per aver più volte denunciato i fatti e per chiedere più trasparenza nella gestione dei soldi pubblici, lo Zito sta passando momenti di difficoltà. Su indicazione della presidentessa Letta, è stato trasferito due volte “diceva che io gli impedivo di svolgere il suo lavoro.” Trasferito ad Assisi (Pg), nonostante ci sia una certificazione sanitaria che gli vieta di allontanarsi dalla sua residenza e raggiungere una destinazione così lontana.
Da aggiungere che il M.llo, ha ricevuto un ordinanza commissariale per avviare una procedura per due “provvedimenti disciplinari di Stato per essermi permesso di rendere pubblici gli illeciti da me rilevati e denunciati” e per diserzione dato che non ho preso servizio nella sede dove sono stato trasferito d’autorità. Si sono smossi mari e monti per la principessa, pardon, presidentessa, Letta.
Andrea Onori
da Periodico Italiano
Leonida Maria Tucci: schiacciato e umiliato
Leonida Maria Tucci ha lavorato per 14 anni presso l’ufficio stampa del gruppo parlamentare An-Pdl al Senato della Repubblica. Ha incominciato il suo lavoro nel 1994 presso l’ufficio stampa di Alleanza Nazionale e si è ritrovato in segreteria ad imbustare lettere e rispondere a telefono. Sottopagato con contratti Co.co.co (praticamente in nero legalizzato) rinnovato per ben 16 volte consecutive. Le promesse di un contratto sicuro non mancavano ma gli anni passavano e tutto restava immutato.
Il signor Tucci lavorava come un toro, dal Lunedì alla Domenica, per 12 ore al giorno. Per lui non esistevano fine settimana da trascorrere insieme a sua moglie. E’ stato usato per 14 lunghissimi anni dai nostri parlamentari per i loro sporchi comodi. Ti afferrano con promesse di lavoro, ti seducono, ti trattano come un pezzente, come se il lavoro fosse un contentino che ti viene dato e se fai il cattivo, potrebbe esserti tolto da un momento all’altro.
Questa desolazione, tutta italiana, è successa a Tucci. che ad un tratto è stato gettato via, come si getta una busta piena di immondizia nell’apposito cassonetto della spazzatura. Logorato e schiacciato, Leonida ha visto volare via i suoi diritti umani e civili, ha visto violentata la sua dignità di essere umano. Ha subito una lenta ed estenuante opera di mobbing che, a forza di attacchi ingiustificabili, il suo corpo non ha retto e si è ammalato gravemente, fino a ridurlo in condizioni di non poter più lavorare.
Più volte avevano provato a “eliminarlo”, ma il 19 aprile del 2007 è una data indimenticabile per Tucci. Ha avuto una sospensione di 10 giorni dal servizio e dallo stipendio, con l’accusa di andare in giro a maltrattare e picchiare le colleghe. Tutto ciò, causato da una discussione avvenuta tra colleghi, per predisporre il piano ferie, avendo tutti l’intenzione di andare in vacanza nel mese di agosto. Questo atto di mobbing, volto ad eliminarlo una volta per tutte dal posto di lavoro, è stato appurato da una sentenza emessa il 20 ottobre 2008, annullando l’allontanamento visto come illegittimo e ingiusto.
Da allora, Leonida ha continuato a subire forti pressioni e ricatti dall’interno del gruppo parlamentare. Poi, nel giro di circa sei mesi è stato licenziato in tronco per ben due volte (la prima volta dal gruppo di Alleanza Nazionale e la seconda dal gruppo del Pdl) e senza nemmeno uno straccio di lettera di licenziamento. Questo comportamento ha fatto si che Tucci, non potesse ricevere sussidi di disoccupazione dell’INPS malgrado gli spettasse di diritto.
Un disegno volto ad affamare Tucci e tutta la sua famiglia (moglie e due bimbi piccoli) visto che le conseguenze sono ancora oggi devastanti. La famiglia si è dovuta affidare alla Caritas Italiana e alle persone di buona volontà per gli aiuti alimentari e di vestiario. “Leonida ha avuto un tracollo psicofisico – racconta Giulia Ruggeri, la moglie - è caduto in una profonda depressione. Tutto gli è stato tolto, e continuano perpetrando la tortura. Anche contando sui tempi biblici, anti-umani della giustizia italiana. Leonida è in cura, a tutt’oggi, presso un Dipartimento di Salute Mentale ed è seguito sia da uno psichiatra che da una psicoterapeuta. Hanno dovuto imbottirlo di psicofarmaci.“
Il giorno che suonarono i Carabinieri a casa di Leonida, la figlia piccolina si spaventò e cominciò a piangere per paura che fossero venuti a portare via il padre. Invece, era la notifica della querela del senatore Oreste Tofani (oggi presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle morti “bianche”) che ha sporto contro Leonida per diffamazione. “Una volta – dice Giulia Ruggeri - mia figlia mi chiese se il padre ci sarebbe stato il giorno della sua Prima Comunione. Io le chiesi perché mi faceva questa domanda.” La bambina gli rispose: ““Ho paura che i “cattivi del lavoro” lo facciano morire.
Quei cattivi del lavoro di cui parla la bambina, ci governano. Tutto ciò è successo in un gruppo parlamentare, al Senato della Repubblica. Tucci, dice la moglie: “ha lavorato per gente appartenente ad un partito che si diceva, e si dice tutt’ora, vicino alle famiglie, che difende la famiglia, che addirittura partecipa al Family day. A loro non importa niente se a casa c’è una famiglia che sta morendo di fame. Loro usano le loro poltrone non per fare il bene comune, ma per annientare, massacrare, distruggere un lavoratore con la sua famiglia.”
Nella “Repubblica delle banane” tutto succede e tutto ancora può succedere. Dall’alto, le doppie facce sono all’ordine del giorno, mentre i più umili, quelli che lavorano per costruire un futuro ai propri bambini, vengono messi sempre da parte con quella violenza psicologica , che penetra nell’anima e fa molto più male di una pistola.
Andrea Onori
sul Periodico Italiano
La vicenda De Pasquale, storia di turbamenti e ingiustizie
I personaggi cambiano, ma le storie sono sempre le stesse. Le mafie, uomini potenti delle forze dell’ordine e politici, un intreccio di poteri, malaffare e intrighi che per conservare i loro privilegi usano qualsiasi arma per distruggere moralmente o fisicamente qualsiasi vita umana che intralcia il loro cammino.
L’appuntato Agostino De Pasquale lo sa benissimo che doveva avere gli occhi bendati, ma non ci è riuscito. Prestava servizio, come carabiniere vigilante, presso il nucleo Banca D’Italia di Trapani. Era il 1985, quando denunciò i suoi superiori e la procura di Trapani aprì un successivo Procedimento (nr.1888/90R.G.N.R). De pasquale lavorava nel territorio di Riina e Provenzano, a Mazzara del Vallo, in un comune sciolto per mafia. In questo ambiente, l’appuntato viene accusato per intromissione abusiva in un domicilio e minaccia a mano armata a persone pregiudicate. Il processo lo giudicherà assolto da queste accuse infamanti.
Nel 1991 De Pasquale denunciò un ufficiale, e due Marescialli per omissione di atti di ufficio e mancata trasmissione all’Autorità Giudiziaria. Uno dei militari che lo accusava, il Brig. Colicchia in complicità con un pregiudicato di Mazara del Vallo, sono stati in seguito arrestati per estorsione: il Brig. Colicchia fu trovato con 50 milioni facenti parte di un riscatto.
Per anni De Pasquale è stato umiliato e perseguitato. Non ha mai ottenuto un avanzamento di carriera per scarso rendimento, per il suo carattere irrequieto, mancanza disciplinare, rendimento poco soddisfacente. Insomma, qualsiasi cosa era buona per accusarlo. Ha subito una consegna di rigore, per disobbedienza aggravata, perché forse doveva restare in assoluto silenzio.
Quando si attaccano e si distruggono vergognosamente le identità personali, automaticamente come un vortice viene coinvolta tutta la famiglia. E così è stato per De Pasquale. Sono trascorsi tanti anni e ancora non si è fatta luce su questa vicenda che si intreccia con altre vicende di avvicinamento e collaborazione tra personaggi dello Stato con esponenti delle mafie locali.“Resterà per sempre un mistero da chiarire” dice sconsolato De Pasquale.
“I veri responsabili dei fatti – aggiunge – continuano impuniti le loro illecite attività, sotto gli occhi di tutti”. Per sempre gli resterà in mente quel lontano 22 marzo 1989, quando “ fui vergognosamente sequestrato”, ed il 10 maggio 1989 quando “sono stato trascinato all’ospedale e ricoverato contro le mie volontà. Un ricovero coatto predisposto dal comandante della compagnia dei carabinieri di Mazara del Vallo.” De Pasquale non ha mai commesso nessun reato, le accuse erano tutte calunnie per salvare altro personale inquisito e per dare una lezione al ribelle. Guai a toccare il potere, questa immensa mafia legalizzata.
Andrea Onori
Ndrangheta, tante parole e zero fatti
Qualche giorno più tardi dal rinvio dell’udienza, il 21 gennaio del 2010, a 100 km da Locri, a Reggio Calabria, in veste istituzionale è arrivato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dai ministri Alfano e Gelmini. Sfavillanti, hanno parlato della cultura della legalità e del cambiamento: “Sono amareggiata perché si fa molta retorica in queste giornate istituzionali. Questi signori non hanno detto nulla di nuovo, la cultura della legalità è una necessità da tempo. Non possono soltanto parlare e progettare a parole, devono risolvere i problemi di questa terra. Ci vuole un deterrente e loro devono darsi da fare“ mi racconta afflitta, la signora Carbone. Le solite parole di una Calabria che si deve scuotere e reagire: “Sono atti – continua Liliana - cerimoniali e basta. Non la possono fare sempre franca questi assassini e politici collusi con la mafia. Non li condannano mai.”
Liliana e la sua famiglia, dal settembre del 2004, sono stati coinvolti direttamente dal fervore malavitoso della ‘ndrangheta. Suo figlio, Massimiliano Carbone, dopo una partita di calcio con gli amici, non rientrò mai a casa. “Il delitto di mio figlio è un crimine di ‘ndrangheta: sono stati pagati 50 mila euro per farlo fuori. Non è un delitto passionale perché è stata usata la mano armata della ‘ndrangheta, il Boss è stato pagato per uccidere mio figlio.“ Racconta che già in passato avevano subito minacce continue “era la cronaca annunciata di questa morte. Tra il pronto soccorso e la sala operatoria, mio figlio mentre era agonizzante mi ha detto tutto. Ma già sapevamo tutto”.
Liliana riferisce che il presunto assassino, l’unico indagato, non è stato mai ascoltato. Poi, è arrivata la beffa per la famiglia Carbone: l’indagine è stata archiviata, “nelle informazioni c’è scritto che quest’uomo potrebbe essere il mandante ma non hanno la prova. I carabinieri avevano già chiesto la custodia cautelare nel 2005, però il giudice diceva che non c’erano elementi sufficienti. Il fratello di quest’uomo è latitante, non si è trovato più.” Se non sei nessuno, resti nessuno anche dopo che ti hanno ammazzato. Se poi sei un giovane, con una vita ancora davanti, e non sei figlio di un “potente”sei ancora più emarginato dalla società e dalla giustizia. Perché, contano solamente i soldi ed il potere. Massimiliano Carbone era un giovane imprenditore e padre. Era titolare di una cooperativa di servizi. Il 17 settembre 2004 gli hanno sparato mentre scendeva dal posto passeggero. Il 24 settembre, dopo giorni di agonia, è deceduto.
A Locri le ‘ndrine più forti sono i Cataldo e i Cordì. Acquistano posizioni e potere con traffici di droga e armi, estorsioni e infiltrazione nelle attività pubbliche e negli appalti. Entrambi, hanno proiezioni anche nel resto d’Italia. A settembre, con una vasta operazione, molti “sono stati levati dai piedi, ma non basta mai, hanno sempre le loro propaggini.”Io lavoro gomito a gomito - precisa ancora Liliana senza metafore – con mogli di spacciatori di droga, ergastolani e Boss. Ci sono insegnanti di religione cattolica e per l’educazione alla legalità che hanno il marito arrestato nell’operazione squalo”. In paese tutto tace, ma tutti sanno tutto, hanno persino paura a salutare Liliana: “Sono stata oggetto di una campagna di delegittimazione nella scuola dove lavoro. Nessuno è andato a testimoniare, hanno negato tutte. Queste sono insegnanti di scuola media elementare e di religione cattolica. Loro, sono state chiamate dai carabinieri per testimoniare”. Ma in questa terra non basta il coraggio di andare avanti e denunciare. Ci vogliono sicurezze che non ci sono nei fatti.
Dopo l’aggressione subita nel 2006, Liliana ha paura anche di uscire di casa: “Io devo avere paura di allontanarmi da casa: vi rendete conto”? Liliana è scomoda, è stata minacciata tante volte: “Hanno picchiato persino il mio cane, non sapevano più cosa fare”. Le istituzioni sono in silenzio e sono complici, perché l’attività dei malviventi è sotto gli occhi di tutti e nessuno prova a muovere un dito. Hanno semplicemente paura. Citando Fabrizio de Andrè “lo Stato si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità”, ma non si fanno da parte. “Se tu guardi i mafiosi vivono in case che fanno paura: belle ed arredate. Vanno in giro con il fuoristrada e sono tutti disoccupati”, racconta Liliana.
Ogni sforzo per chiedere giustizia e verità portato avanti dalla mamma di Massimiliano e dalla sua famiglia si è infranto su una Procura, quella di Locri, che non ha saputo e voluto vedere: “Mai fu chiesto dagli inquirenti, ad esempio, l’intervento dei Ris. E mai si è voluto scavare e considerare i legami pesanti dell’unico indiziato per quell’omicidio”. Per tutti questi motivi, Liliana, come ogni anno, ha deciso di non andare a votare per le prossime elezioni. Si sente abbandonata: “Io continuerò a non votare. A cosa è servito denunciare e collaborare? Per Fortugno hanno fatto di tutto, per mio figlio e per gli altri nulla”.
Andrea Onori
Noemi ha solo 13 anni ma conosce bene l’indifferenza
Egiziana, lotta in prima persona, dopo che a soli 27 anni, suo marito è morto di leucemia. Sua mamma è malata di tumore e per la stessa patologia, suo padre è morto 10 anni fa. Ma non è finita, a maggio del 2009 sua figlia Noemi (13 anni) si sente male. Dopo 28 giorni di ricovero e di cure, Egiziana scopre che Noemi è colpita da sclerosi multipla. “ A primo impatto non capivo cosa comportava questa malattia e per prima cosa ho chiesto come potevo curarla.”
Ha perso il lavoro per assistere sua figlia, il suo universo. Prima del licenziamento, lavorava in un magazzino di arance. “14 ore al giorno. A volte lavoravo anche la Domenica. Poi all’improvviso Noemi si è sentita male ed è stata ricoverata in ospedale. Sono stata vicino a lei, sono mancata troppi giorni dal lavoro e alla fine mi hanno licenziata. Sono disoccupata dal gennaio del 2009”.
Con il passare del tempo finiscono anche tutti i risparmi. Egiziana è costretta a vendere la sua moto e l’oro che aveva in casa. Dalle istituzioni non ha ricevuto nulla. “I servizi sociali mi hanno detto che superavo con l’ISEE. Non mi toccava nulla.” Non ha diritto ad un fondo perché la donna, abita con la sua mamma. “Mi occupo di mia madre e di mia figlia. Campiamo in 3 con 600 euro al mese. Con la luce da pagare, la spesa da fare e le medicine da comprare. Con questa misera pensione come possiamo vivere?”
Noemi ha iniziato la cura di interferone, un farmaco molto pesante. Questo medicinale, abbassa notevolmente le difese immunitarie e ciò comporta delle reazioni indesiderate. La bambina ogni volta che prendeva il farmaco si sentiva molto male. Causa sintomi simili all’influenza e spesso si manifestano subito dopo l’iniezione, possono durare anche per tutta la giornata. In molti pazienti, questi sintomi diminuiscono col passare del tempo, ma alcuni pazienti continuano ad averli per lunghi periodi.
Noemi è vulnerabile e non può vivere nelle condizioni in cui è costretta a campare adesso. “L’altra notte sono stata fino alle tre ad asciugare l’acqua nella mia camera da letto. L’umidità fa male a mia figlia. Io chiedo solo un futuro per mia figlia” afferma Egiziana. Noemi ha bisogno di visite frequenti, di farmaci e di una stabilità. “Sono andata dal sindaco e mi ha sbattuto la porta in faccia dicendomi che tutti hanno dei problemi”. E ‘ molto difficile comprendere una simile risposta dinanzi ad una mamma disperata che implora un aiuto doveroso per la sua bambina.
“Io e mia figlia ci sentiamo sole e abbandonate da tutti. L’indifferenza è brutta soprattutto da parte di chi sa e fa finta di nulla”. Le istituzioni sono lontane da Noemi, la popolazione italiana anche. Ma con caparbietà Egiziana le sta provando tutte. Dopo aver ricevuto esito negativo da parte del sindaco, ha scritto a Mattino 5, un programma condotto da Federica Panicucci. Il 13 novembre ha partecipato alla trasmissione ed il sindaco di Scordia, Angelo Agnello, ha chiamato in diretta dicendo “vediamo cosa si può fare”.
Dopo qualche giorno Noemi si è sentita male ed è stata ricoverata al San Raffaele di Milano. Grazie alla denuncia fatta in trasmissione, le cose sembravano aver preso la strada giusta. “Sono riuscita ad avere alcune visite grazie al Dott. Sciarra. Dal comune di Scordia ho ricevuto 1450 euro. Un po’ alla volta. Poi basta.” Ora, che a livello giornalistico si è abbassata la guardia, Noemi è stata di nuovo abbandonata. “Ha fatto la visita poi non mi hanno chiamata più, ho chiesto la pensione per la bambina, ho chiesto la legge 104 e ancora non me l’hanno data. Ho chiesto l’accompagnamento e ancora non me l’hanno dato. C’è silenzio assoluto da parte di tutti.”
Egiziana e Noemi continuano ad avanzare le loro legittime richieste ad alta voce. Noemi ha bisogno di un’assistenza completa e una pensione per poter tirare avanti e se le condizioni della bimba lo permettono, Egiziana ha bisogno di un lavoro. Chiedono un alloggio popolare: “qui a casa di mia mamma piove. I dottori mi dicono di fargli fare una vita serena e tranquilla ma se mi mancano i soldi per poter campare e per fare il minimo indispensabile come faccio? Se vive ancora qui, rischia seriamente. Ho le finestre rotte, ci piove. E’ come se abitassi fuori casa.”
Si sentono sole ed abbandonate da una Repubblica Italiana indifferente. “Al comune quando telefono, mi accusano di minacce. Io non ho minacciato mai nessuna. Mi mettono in bocca delle cose che non sono vere. C’è tanta indifferenza in questo paese. Avevo tanti amici, all’improvviso mi sono ritrovata sola."
“Sono stata accusata di aver preso 50 mila euro da mediaset per un intervista e di voler campare sulle spalle di mia figlia” racconta sconsolata. Molto spesso queste notizie fanno molto più scoop di persone che hanno bisogno di aiuto. L’ipocrisia gira intorno al circuito della società italiana e tocca molti punti, non si salva quasi nessuno. Soprattutto chi può, è sempre pronto a mostrarsi davanti alla televisione rivendicando di aver aiutato questa o quell’altra persona e poi, ci campano di rendita per tutta la loro legislatura. “Tra un po’ mi toglieranno anche la luce. Sto camminando con la macchina senza assicurazione. Mi costringono a fare cavolate, veramente. Non so che fine farò con mia figlia.Questo è un annuncio. Se vedo che mia figlia soffre, io farò una cavolata. Mi ci portano a questo. Se non ci scappa il morto nessuno parla di questa situazione”.
Abbiamo appreso dalle agenzie stampa che il 17 settembre del 2009 circa cinquantamila tonnellate di rifiuti di ogni genere, sono stati scoperti, in un terreno agricolo privato, nella periferia est di Ramacca. Gli scavi, effettuati con delle pale meccaniche, hanno consentito di portare alla luce sostanze sgradevoli, materiale di risulta, polveri di vario colore e genere ed alcune siringhe. Molto probabilmente, l’inumanità di queste persone hanno inquinato le falde acquifere con la conseguenza di danni gravi alla coltivazione, animale ed anche agli esseri umani. L’avanzato stato di decomposizione dei rifiuti lascia intendere che non si tratta di una discarica di solo qualche anno fa. Forse, Noemi, suo padre e i suoi nonni hanno ricevuto un pessimo “regalo” proprio da queste persone avide di denaro che le istituzioni continuano a coprire.
Ascolta la testimonianza di Egiziana
La casa di Noemi
19 febbraio 2010: “Il sindaco di Scordia mi ha minacciato” a parlare è la signora Cusmano Egiziana, la mamma di Noemi. “Aiutatemi! io devo salvare mia figlia!!! mi stanno distrugendo la vita!!” Se Egiziana continua a parlare e reclamare i suoi diritti “ faranno qualsiasi modo per togliergli mia figlia, facendomi passare per una pazza. O sto zitta, o me la tolgono”
11 Settembre 2011: Ma Noemi non ha una pensione? “ Percepisce un’indennità di frequenza una volta all’anno. Quando la bambina ha fatto la visita per la pensione è stata vista da una psicologa”. Da lei è stata respinta la domanda per la 104 e l’accompagnamento. “Dove devo sbattere la testa? Cosa devo fare per aiutare la mia Noemi? Perché devo sempre lottare per avere dei diritti che Noemi dovrebbe avere?”. Noemi ha bisogno di visite frequenti, di farmaci e di una stabilità. “Io e mia figlia ci sentiamo sole e abbandonate da tutti”. [Leggi]
11 Febbraio 2012: Oggi (9 febbraio 2012 nrd) il Consiglio comunale di Scordia, il paese dove risiedono Egiziana detta Cinzia e la figlia Noemi, ha rigettato l'istanza per l'alloggio abitativo popolare, istanza richiesta a seguito delle gravi condizioni di salute in cui versa la Noemi. Le condizioni economiche precarie non consentono possibilità e scelte diverse per entrambe. E mamma e figlia si appellano agli utenti del web. [Leggo]
12 Maggio 2012: Cinzia e Noemi, dopo una diatriba con il Comune di Scordia hanno avuto l'alloggio abitativo. Il problema ora è che il 18 maggio Cinzia e la sua bambina dovranno lasciare la casa, verranno sgomberate dalle Forze dell'Ordine e saranno in mezzo ad una strada. Il Sindaco conferma lo sgombero. Ecco il video.

