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Michele Panella: “rivoglio il mio posto di lavoro”


“Mi hanno buttato per strada. Ho 47 anni e famiglia. Prima ero sereno”. Sono le parole di Michele Panella, brutalmente licenziato dal crack della Tributi Italia Spa. “Ora mio figlio di 10 anni – racconta Panella - mi dice sempre: papà perchè l'ufficio è chiuso? come mai non hai più il lavoro? Perchè sei sempre nervoso?”

E provate un po’ voi a spiegare ad un bambino che lo Stato, colui che dovrebbe difenderti, ti sta ledendo un diritto. Non è facile, ma la realtà è questa e ad un bambino certamente non puoi e non devi far pesare questa interminabile situazione. Tutto per colpa di una società e uno Stato affarista ed imbroglione.

Panella, per 20 anni ha svolto un lavoro impiegatizio con diligenza e dedizione. Ha iniziato con la Mondelli Delmonte Srl, poi è passato con la Gestor Spa e infine l’appalto è stato vinto dalla Tributi Italia Spa. I problemi arrivano quando la Tributi Italia, con sede legale a Roma e sede amministrativa a Chiavari, ha iniziato ad avere grosse incertezze finanziarie. “Molti comuni – racconta Michele - hanno cominciato a revocare concessione per insolvenza contrattuale”. Anche a Rodi Garganico il comune dove ho residenza, ha revocato la concessione, “il mio sindaco mi diceva caro Michele noi dobbiamo revocare la concessione alla Tributi Italia Spa, ma stai tranquillo che nel nuovo bando di gara ti tuteliamo perchè a te nessuno ti ci toglie”. A queste parole Michele credeva moltissimo, ma dopo tante promesse, “mi ha sbattuto per strada”.

Mentre trascorreva inesorabilmente il tempo, Michele iniziava a perdere i suoi diritti. Fu sbattuto in mezzo ad una strada come una busta piena di spazzatura e sostituito da un concittadino, “che nulla capisce del mio lavoro che ho tenuto per 20 anni” racconta Michele. Poi c’è stata una sentenza del giudice che ha fatto tornare Michele alla Tributi Italia, ma l’azienda dichiarò il fallimento e il governo mise in cassa integrazione circa 700 dipendenti della vecchia Tributi Italia Spa.

“Nessuna clausola sociale per me – racconta Michele -, negli altri comuni tutti i sindaci hanno tutelato i lavoratori della Tributi Italia Spa. A me non mi ha aiutato nessuno, anzi, hanno calpestato la mia dignità di lavoratore”.

Sono mesi che Michele lotta per avere il suo posto di lavoro, “tutti sanno e tutti tacciono. Non lasciatemi solo nel difendere il mio lavoro che ho tenuto per 20 anni” racconta sconsolato. Nella vita non basta meritarsi un posto di lavoro, serve una forte raccomandazione. Chi ce l’ha è salvo, chi no, deve arrangiarsi e cercare qualcuno che ti possa infilare da qualche parte. E’ inutile restare allibiti, è questa l’Italia e tutti ne siamo colpevoli, maggiormente chi ci governa.

La perdita di un lavoro pesa come un macigno che si stacca da una montagna e va a colpire direttamente l’abitazione e tutto il nucleo familiare. Si pensa che lavorare sia un qualcosa che si dovrebbe conquistare con il sudore e con i denti. Invece no, il lavoro è un diritto di tutti. Non c’è lavoro? Allora i governati dovranno dichiarare il loro fallimento altrimenti che strappino la carta costituzionale o si dimettano in gruppo.

“Non mi sono mai interessato di politica, sono stato sempre neutrale, volevo solo lavorare, tenermi solo il mio lavoro”.Ora, quel lavoro gli è stato tolto proprio dalla politica e dai meccanismi fallimentari di un sistema arrivato al collasso che violenta e distrugge intere famiglie.

Da molto tempo, Michele, attraverso la lotta pacifica, combatte e si dispera contro chi non vuole ascoltarlo. “Davanti al mio comune con il mio cartello al collo dalle 8,30 alle 14,00, sempre in piedi e sempre sotto la piena indifferenza del mio sindaco. Mi hanno calpestato e continuano a calpestarmi.” Lui vuole solo una risposta diversa dal sindaco di Rodi Garganico, Carmine Danelli, e dal suo vice, Donato Petrosino. Da tempo si parla del lavoro che Michele avrebbe l’obbligo di svolgere in sostituzione della passata occupazione nella sede della ex Tributi. Gli appalti ora sono stati riassegnati alla concessionaria, Aipa Spa di Milano. La sua società, la Tributi, è fallita ed è prossima alla liquidazione.“Attualmente – dice Michele - siamo in cassa integrazione prorogata sino al 15 marzo del 2011.Abbiamo famiglie e figli da mantenere”.

Il sindaco, ha “offerto” a Michele, sin da dicembre del 2009, un posto da parcheggiatore a San Giovanni Rotondo, a 50 km da Rodi, con relativo addebito del viaggio sulle spalle e considerando che Michele dovrebbe percepire circa 600 euro al mese, sarebbe una miseria il suo stipendio. Questo sarebbe il lavoro che avrebbe avuto in sostituzione?

Michele si affidava, per la sua tutela proprio al sindaco,ma egli non ha risposto alla sua denuncia. Michele, sarebbe stato poco tutelato nel nuovo bando di gara, dopo che per 20 anni ha sudato e prodotto per nulla. “Per ritornare al mio lavoro –conclude Panella - confido per questo nel mio sindaco Danelli”, ma, come ripetuto, il sindaco continuerebbe a non ascoltare le richieste del lavoratore.

Andrea Onori

Davide Contro Golia. Francesco Carbone sfida i poteri forti

Per raccontare la verità in questo Paese, servono tanti quattrini. Se ti avventuri sfidando il potere, ti verranno tolte anche le mutande. In questa palude immobile, possiamo serenamente affermare che la disuguaglianza tra ricchi e poveri è una continua tortura. Ci raccontano balle, facendoci credere che la legge è uguale per tutti poi, ti spogliano economicamente per ridurti sino al silenzio. La legge non è uguale per tutti ma è un privilegio di pochi, di quei pochi che, per difendere la propria libertà, mettono in campo il loro conto in banca e possono permettersi di pagare “l’avvocato più in gamba della città” e tutte le spese che la giustizia richiede. Molti altri italiani, semplici cittadini, non potranno mai avere una piena giustizia se non hanno tanti soldi da tirar fuori e la verità andrà sfumando dinanzi alla parlantina e al potere della controparte.
“Se potessi affronterei anche tutte le spese ma non ne ho neanche per me per il momento. Spero ogni giorno di poter avere le spese legali, ciò significherebbe affrontare un processo che lo Stato italiano si ostina a non fare”. Sono le parole di Carbone Francesco. Sono le evidenti prove che la giustizia discrimina e premia solo chi possiede denaro ed il potere.
La protesta di Francesco Carbone non è certamente silenziosa, il 31 marzo da Palermo si è recato sino al parlamento ed ha protestato per le sue nobili motivazioni. Ma secondo voi qualche divinità politica nostrana poteva mettersi a competere con un comune mortale? Ovviamente No. Nonostante le ripetute sconfitte in partenza Carbone Francesco, non si è dato per vinto e il 7 Giugno, ha inviato la petizione On line al Parlamento Europeo, dato che il potere in Italia ha poco a che fare con la gente semplice e onesta.
Veniamo al dunque. Il signor Carbone, nonostante le evidenti e schiaccianti prove fornite alla procura di Verona che denunciavano i dirigenti di Poste Italiane , dell’Ispettorato del Lavoro, dello Spisal, ditte appaltanti e un dirigente della Cgil, non hanno fatto alcuna indagine. “Dopo 17 mesi e 8 giorni – dice Carbone - hanno archiviato la mia denuncia senza neanche avvisarmi come la legge prevede”.
Per 7 anni Carbone è stato il responsabile della Ditta che ha l’appalto in Poste Italiane. Costretto poi, a dare le dimissioni a seguito di minacce e vessazioni ricevute dall’amministratore della ditta appaltante, e dagli alti dirigenti di Poste Italiane. “Per le mie lamentele sulle lacune lavorative: nessun tipo di sicurezza e igiene sul posto di lavoro, obbligati a fare lavori che non ci competevano per contratto, presenza di lavoratori in nero, straordinari sottopagati in nero, mezzi di trasporto mal messi e spesso senza revisione, continui insulti e minacce dal personale e dai dirigenti” racconta Carbone. Roba da niente secondo la giustizia italiana.
Denunciò questi fatti anche ad un dirigente della Cgil, ma “mi consigliò di non disturbare gli alti Dirigenti di Poste Italiane in quanto avrei perso il posto di lavoro”. Si recò anche presso l’ispettorato del lavoro denunciando che all’interno di Poste italiane giravano “lavoratori in nero con tesserino identificativo fornito dai dirigenti di Poste Italiane e non è stato fatto alcun controllo.” Ha esposto denuncia anche presso lo Spisal di Verona “tutte le irregolarità riguardanti la sicurezza e igiene nei posti di lavoro ed è stato fatto solo qualche controllo.”
Guai a toccare il potere, nessuno si permetterebbe di farlo. Dopo i piccoli dispiaceri creati da Carbone in Poste italiane, egli racconta che il Direttore del Triveneto di Poste Italiane, Roberto Arcuri, presentò una raccomandata al suo datore di lavoro. “Mi obbligava – racconta Carbone - a non entrare in tutti gli uffici di Poste Italiane e di consegnare il pass di entrata, in quanto elemento indesiderato per aver chiesto il rispetto del contratto e della sicurezza sul lavoro.”
Dopo i rifiuti di aiuto, Carbone si affida alla procura della Repubblica fornendo tutti i materiali in suo possesso: documenti , foto, video e tutti i numeri di telefono dei lavoratori in nero. “Nessuna convocazione e dopo 17 mesi e 8 giorni , dopo che gli appalti erano stati riconsegnati alle stesse ditte, il capo della procura Schinaia mi archivia la denuncia senza neanche avvisarmi come la legge prevede, con nessuna motivazione e senza interpellare il Gip. All’epoca ero incaricato pubblico e quindi avevo il dovere, secondo il diritto penale, di denunciare illeciti”. Carbone si è appellato anche al Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, e al Ministro Alfano chiedendo che vengano immediatamente inviati degli ispettori a Verona per sequestrare e verificare l’operato del capo della procura.
Perdere il posto di lavoro, perdere la dignità, il diritto di avere giustizia. “Per aver fatto il mio dovere e aver preteso i miei diritti, mi sono dovuto ritrasferire con tutta la mia famiglia nella mia terra di origine, la Sicilia. Mi ritrovo disoccupato da 2 anni, deriso e guardato male da tutti, in quanto mi sono messo contro alti Dirigenti pensando di avere giustizia. Come ciliegina sulla torta mi viene negato anche il diritto di chiedere il risarcimento dei danni subiti da me e dalla mia famiglia.“
Carbone si chiede se sia normale che in una nazione civile succeda una palese violazione dei diritti umani. Possiamo rispondere tranquillamente che l’Italia, o perlomeno le istituzioni e i nostri dirigenti, sono tutt’altro che civili e democratici come ci vogliono far credere. Il piccolo Davide, deriso per aver sfidato Golia, è un esempio di una mentalità “paurosa” entrata nelle nostre menti. Non si toccano i potenti, avresti sempre la peggio. Questo è il messaggio. Ci insegnano sin dalle scuole elementari di non disturbare il cane che dorme. Così, di questo passo, l’organizzazione mafiosa “legalizzata” continua ad andare avanti e prendersi gioco di noi piccoli comuni mortali.
Andrea Onori
da Periodico italiano

CRI d’Abruzzo, il M.llo Lo Zito denuncia illeciti

In questo paese segnalare gestioni illecite della “cosa pubblica” è un reato perseguibile con il soffocamento psicologico e economico. Questa è la reale motivazione per la quale, molti cittadini preferiscono restare nel silenzio, per non essere inseguiti da sventure. Da una parte si ha paura di parlare, di raccontare giochi proibiti e dall’altra, la prepotenza insiste e dilaga facendo forza proprio sulla paura delle persone. E’ difficile avere gli attributi e denunciare, quando tutto può ritorcersi contro di te e la tua famiglia. In questo, la legge non ci aiuta affatto, resta lì a guardare come se non avesse doveri nei nostri confronti. Invece, sono proprio loro, i governanti, che hanno il dovere (e nessun diritto) di proteggere la nostra sicurezza e portare il più possibile il Paese alla libertà.
Nonostante tutto, il M.llo capo Vincenzo Lo Zito non ha avuto paura di parlare e ha denunciato alcune irregolarità che sembrano avvenire nella Croce Rossa Italiana d’Abruzzo. Lo Zito, ha denunciato la Presidente Maria Teresa Letta, sorella di Gianni. Per il maresciallo, il 23 giugno 2010, alle ore 11.30, ci sarà la prima udienza ed ha già sostituito il primo avvocato difensore.
Ma veniamo al dunque. Lo Zito, è un dipendente della CRI a L’Aquila. Ha segnalato, presso le procure della Repubblica de L’aquila e Campobasso poi, alcune irregolarità, messe in atto all’interno del Comitato Locale di Carsoli (AQ) e del Comitato Regionale Abruzzo de L’aquila.
Presso il Comitato Locale di Carsoli, dove il M.llo era impiegato, il presidente, dice Lo Zito, “retribuisce illecitamente una volontaria del soccorso con un contratto di collaborazione, la quale svolgeva anche la mansione di Responsabile amministrativo.” Lo Zito, amareggiato, racconta che “il compito del responsabile amministrativo doveva essere svolto da me. Per avvantaggiare la volontaria sono stato trasferito con un’indennità di 14mila euro.” Perché spendere tutti quei soldi quando c’era gia il personale che veniva pagato con denaro pubblico?
Anche presso il Comitato Regionale de L’Aquila, lo Zito ha avuto problemi. la presidente, Maria Teresa Letta “svolgeva illecitamente e senza averne titolo alcuno, l’Amministrazione” dice Lo Zito. Aggiunge che il Presidente“firmava mandati di pagamento e avendo due conti correnti (uno del comitato locale di Avezzano e uno regionale d’Abruzzo) che erano gestiti autonomamente da lei.” Tali compiti spetterebbero unicamente al Direttore regionale. Anche lo stesso direttore aveva più volte lamentato l’anomalia gestionale e le irregolarità alla Banca dove era depositato il Conto Corrente del Comitato Regionale d’Abruzzo. “La Sig.ra Letta firmava senza averne nessun requisito”, afferma Lo Zito.
Oltre a queste denunce, aprendo una vera e propria battaglia infinita, il M.llo ha avuto e ha tutt’ora problemi personali. Per aver più volte denunciato i fatti e per chiedere più trasparenza nella gestione dei soldi pubblici, lo Zito sta passando momenti di difficoltà. Su indicazione della presidentessa Letta, è stato trasferito due volte “diceva che io gli impedivo di svolgere il suo lavoro.” Trasferito ad Assisi (Pg), nonostante ci sia una certificazione sanitaria che gli vieta di allontanarsi dalla sua residenza e raggiungere una destinazione così lontana.
Da aggiungere che il M.llo, ha ricevuto un ordinanza commissariale per avviare una procedura per due “provvedimenti disciplinari di Stato per essermi permesso di rendere pubblici gli illeciti da me rilevati e denunciati” e per diserzione dato che non ho preso servizio nella sede dove sono stato trasferito d’autorità. Si sono smossi mari e monti per la principessa, pardon, presidentessa, Letta.
Andrea Onori
da Periodico Italiano

Leonida Maria Tucci: schiacciato e umiliato

Capita che la “repubblica fondata sul lavoro” ti porti lentamente al decesso psicologico. Può succedere che un datore di lavoro depravato sia un gruppo parlamentare, molto noto a noi piccoli e semplici esseri umani. Guai a toccare la loro macchina mostruosa, guai se ti esponi e urli “signor NO!” ad un senatore della repubblica. Può succedere di tutto, proprio di tutto.
Leonida Maria Tucci ha lavorato per 14 anni presso l’ufficio stampa del gruppo parlamentare An-Pdl al Senato della Repubblica. Ha incominciato il suo lavoro nel 1994 presso l’ufficio stampa di Alleanza Nazionale e si è ritrovato in segreteria ad imbustare lettere e rispondere a telefono. Sottopagato con contratti Co.co.co (praticamente in nero legalizzato) rinnovato per ben 16 volte consecutive. Le promesse di un contratto sicuro non mancavano ma gli anni passavano e tutto restava immutato.
Il signor Tucci lavorava come un toro, dal Lunedì alla Domenica, per 12 ore al giorno. Per lui non esistevano fine settimana da trascorrere insieme a sua moglie. E’ stato usato per 14 lunghissimi anni dai nostri parlamentari per i loro sporchi comodi. Ti afferrano con promesse di lavoro, ti seducono, ti trattano come un pezzente, come se il lavoro fosse un contentino che ti viene dato e se fai il cattivo, potrebbe esserti tolto da un momento all’altro.
Questa desolazione, tutta italiana, è successa a Tucci. che ad un tratto è stato gettato via, come si getta una busta piena di immondizia nell’apposito cassonetto della spazzatura. Logorato e schiacciato, Leonida ha visto volare via i suoi diritti umani e civili, ha visto violentata la sua dignità di essere umano. Ha subito una lenta ed estenuante opera di mobbing che, a forza di attacchi ingiustificabili, il suo corpo non ha retto e si è ammalato gravemente, fino a ridurlo in condizioni di non poter più lavorare.
Più volte avevano provato a “eliminarlo”, ma il 19 aprile del 2007 è una data indimenticabile per Tucci. Ha avuto una sospensione di 10 giorni dal servizio e dallo stipendio, con l’accusa di andare in giro a maltrattare e picchiare le colleghe. Tutto ciò, causato da una discussione avvenuta tra colleghi, per predisporre il piano ferie, avendo tutti l’intenzione di andare in vacanza nel mese di agosto. Questo atto di mobbing, volto ad eliminarlo una volta per tutte dal posto di lavoro, è stato appurato da una sentenza emessa il 20 ottobre 2008, annullando l’allontanamento visto come illegittimo e ingiusto.
Da allora, Leonida ha continuato a subire forti pressioni e ricatti dall’interno del gruppo parlamentare. Poi, nel giro di circa sei mesi è stato licenziato in tronco per ben due volte (la prima volta dal gruppo di Alleanza Nazionale e la seconda dal gruppo del Pdl) e senza nemmeno uno straccio di lettera di licenziamento. Questo comportamento ha fatto si che Tucci, non potesse ricevere sussidi di disoccupazione dell’INPS malgrado gli spettasse di diritto.
Un disegno volto ad affamare Tucci e tutta la sua famiglia (moglie e due bimbi piccoli) visto che le conseguenze sono ancora oggi devastanti. La famiglia si è dovuta affidare alla Caritas Italiana e alle persone di buona volontà per gli aiuti alimentari e di vestiario. “Leonida ha avuto un tracollo psicofisico – racconta Giulia Ruggeri, la moglie - è caduto in una profonda depressione. Tutto gli è stato tolto, e continuano perpetrando la tortura. Anche contando sui tempi biblici, anti-umani della giustizia italiana. Leonida è in cura, a tutt’oggi, presso un Dipartimento di Salute Mentale ed è seguito sia da uno psichiatra che da una psicoterapeuta. Hanno dovuto imbottirlo di psicofarmaci.“
Il giorno che suonarono i Carabinieri a casa di Leonida, la figlia piccolina si spaventò e cominciò a piangere per paura che fossero venuti a portare via il padre. Invece, era la notifica della querela del senatore Oreste Tofani (oggi presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle morti “bianche”) che ha sporto contro Leonida per diffamazione. “Una volta – dice Giulia Ruggeri - mia figlia mi chiese se il padre ci sarebbe stato il giorno della sua Prima Comunione. Io le chiesi perché mi faceva questa domanda.” La bambina gli rispose: ““Ho paura che i “cattivi del lavoro” lo facciano morire.
Quei cattivi del lavoro di cui parla la bambina, ci governano. Tutto ciò è successo in un gruppo parlamentare, al Senato della Repubblica. Tucci, dice la moglie: “ha lavorato per gente appartenente ad un partito che si diceva, e si dice tutt’ora, vicino alle famiglie, che difende la famiglia, che addirittura partecipa al Family day. A loro non importa niente se a casa c’è una famiglia che sta morendo di fame. Loro usano le loro poltrone non per fare il bene comune, ma per annientare, massacrare, distruggere un lavoratore con la sua famiglia.”
Nella “Repubblica delle banane” tutto succede e tutto ancora può succedere. Dall’alto, le doppie facce sono all’ordine del giorno, mentre i più umili, quelli che lavorano per costruire un futuro ai propri bambini, vengono messi sempre da parte con quella violenza psicologica , che penetra nell’anima e fa molto più male di una pistola.
Andrea Onori
sul Periodico Italiano

SARDEGNA: 3 OPERAI MORTI ALLA SARAS

Come tutte le mattine Daniele Melis (26 anni), Luigi Solinas, (27 anni) e Bruno Muntoni (52 anni) uscivano di casa per andare al lavoro, come ogni giorno per portare qualcosa a casa si deve rischiare la vita. Si esce da un nido accogliente, ma non si sa mai se si rientra. Quando la mattina suona la sveglia è quasi una cosa ordinaria che si è un po’ incazzati, per il sonno arretrato da sopportare e per i pochi spiccioli se si guadagnano in una giornata di lavoro. Ci si veste al volo, un caffè per aprire gli occhi e tante parolacce.

Prima di uscire, forse, Bruno Muntoni, dava un bacio svelto a sua moglie ed una carezza alle sue tre creature che aveva allevato. Daniele e Luigi Melis, meno di trent’anni, avevano una vita davanti e tanti sogni stroncati. Quando dietro alle spalle la porta d’ingresso si chiudeva scricchiolando, non sapevano che quella era l’ultima volta che avrebbero chiuso la porta della loro casa e quella della vita. Ma quando si esce di casa per andare al lavoro ci si lascia sempre con un profondo sospiro cercando di prendere la serenità e la forza giusta per affrontare la faticosa giornata. Poi, via di corsa al lavoro con gli occhi semichiusi e con la stanchezza del giorno prima che ti porti dietro.

Oggi, intorno alle 14 di pomeriggio a Cagliari faceva caldo. Ma Daniele, Luigi e Bruno, tre operai della Comesa S.r.l., non erano al mare ma erano in Azienda e sono state l’ennesime vittime causate dal lavoro. La Comesa, nata nel 1998, conta circa 170 dipendenti ed opera nel settore di carpenteria metallica e manutenzione di impianti industriali. Da una settimana, i tre ragazzi, erano stati scelti dalla ditta per lavorare all’interno della raffineria Saras a Sarroch. Non erano all’aperto per godersi il sole e l’aria pulita ma si trovavano in un ambiente chiuso che si è saturato di esalazioni tossiche. Più precisamente, stavano lavorando in un impianto di desolforazione e i tre operai sono morti per intossicazione da azoto. Chissà come era palese l’odore irritante di quella raffineria. Chissà che aria si respira da quelle parti.

In diverse reazioni chimiche, condotte sia nell’industria che nei laboratori, è richiesta un’atmosfera priva di ossigeno affinché si giunga ai prodotti desiderati e grandi quantità di azoto vengono riservate per questo scopo.L’azoto viene anche impiegato per le bonifiche e le “polmonazioni” di reattori e serbatoi.

In numerosi processi metallurgici è indispensabile un’atmosfera priva di ossigeno e per questo molte volte è utilizzato l’azoto anche se non è indicato per tutti i trattamenti.Ad alte pressioni parziali, l’azoto si comporta come gas narcotico. Prendendo in esempio i recipienti contenenti azoto liquido, a contatto con l’aria tendono a rilasciare il liquido e contemporaneamente a condensare umidità, formando atmosfere ipo-ossiche, che in ambiente poco ventilato possono risultare fatali.

La raffineria Sarras, dove lavoravano i tre ragazzi, tramite la ditta Comesa, è giunta alla ribalta nel settore della raffinazione del petrolio, ma nel corso degli anni la società si è trasformata in un gruppo le cui attività ora includono la generazione elettrica e l’ impianto di gasificazione. La società è molto attiva anche nella commercializzazione dei prodotti petroliferi in Italia e Spagna, possiedono due depositi di proprietà per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e Cartagena (Spagna). In apertura c’è anche un impianto per la produzione di biodiesel, sempre a Cartagena. Un mix di attività gestiti da un’azienda come va di moda in questi anni. Si fa un po’ di tutto però si è costretti a prendere ditte in subappalto che magari conoscono poco o niente l’azienda e il materiale che devono lavorare.

Onori Andrea

da Periodico italiano
http://periodicoitaliano.info/2009/05/26/sardegna-3-operai-morti-alla-saras/