Addestrati per uccidere

Chissà, forse non è neanche la prima volta che si apre il fuoco in mezzo al mar mediterraneo. Probabilmente, qualcuno ci ha davvero rimesso le penne e noi non lo spremo mai. Chissà quanti corpi ormai riposano nel profondo degli abissi del mare. Sparare con freddezza e determinazione contro una imbarcazione ci vuole coraggio. Quel coraggio violento che ti inculcano sin da bambino, quando ti insegnano la storiella che “l’uomo nero” è un tuo nemico.

Pensare di poter vessare su un corpo di un essere umano e uccidere legittimamente un “clandestino”, come se la loro vita valesse meno di niente, è barbarie e crudeltà. E’ genocidio. Non ci possiamo abituare ad una continua furia omicida. L’informazione non deve fomentare episodi simili per farli diventare pura normalità. Essa deve raccontarli in modo tale da poterci ragionare e da poter dire che in giro ci sono criminali che possono davvero farci del male.

I FATTI

Domenica 12 settembre, una motovedetta libica, su cui c’erano anche militari della Guardia di Finanza, ha aperto il fuoco contro un peschereccio italiano. Credevano fossero “clandestini”, “irregolari”, persone che non valgono nulla tanto da poter riempire i loro corpi di piombo. Invece, è stato preso di mira involontariamente, dalla vedetta libica, il peschereccio Ariete. Dal verbale della riunione al Ministero dell'Interno si legge che i militari libici hanno aperto il fuoco prima in aria, poi in acqua e poi contro lo scafo dell’Ariete, ”Ciò nonostante l’imbarcazione proseguiva la navigazione”. Ma tra il dire e il fare…

Sulla vicenda della motopesca, i pm hanno aperto un’inchiesta a carico di ignoti per tentativo di omicidio plurimo, ma la verità è alquanto difficile visto che in questa settimana si sono dette tante chiacchiere, tutte diverse tra loro.

I componenti dell’equipaggio del peschereccio, tornati storditi a Mazzara del Vallo, si sono trovati gli occhi puntati addosso dai giornalisti e politici italiani. Il comandante del peschereccio, Gaspare Marrone, non dorme sonni tranquilli e quelle saette che si schiantavano sulla motopesca, non sono facilmente dimenticabili. “Abbiamo raccontato tutta la verità – dice il comandante del peschereccio - Le raffiche di mitragliatrice sono durate per circa tre ore a intervalli di un quarto d'ora-venti minuti, poi la motovedetta ci ha per così dire scortati per un’altra ora, finchè non siamo usciti dalle acque che i libici considerano di loro pertinenza”.

LE ARMI CHE HANNO SPARATO

Alle tante discordanze nella ricostruzione dei fatti, si aggiunge il giallo legato alle armi che hanno sparato. La questione è centrale. I primi esiti degli accertamenti dei Ris, parlano di fori di 10 millimetri prodotti da armi fisse in dotazione alla motovedetta libica. Ciò, non coinciderebbe con la ricostruzione ufficiale riportata nel rapporto del Viminale.

Ricordiamo che l’Italia qualche anno fa, ha ceduto sei unità navali a Tripoli per contrastare l’immigrazione “clandestina” ed ha assicurato che le imbarcazioni sono state disarmate prima della consegna e che “i colpi esplosi in direzione del peschereccio italiano provenivano da armi portatili di bordo, non montate su supporto fisso, di proprietà della Guardia Costiera libica”, ma gli esiti delle indagini smentiscono queste parole.

Il punto principale dei governi europei è il contrasto all’immigrazione clandestina e qualcuno lo aveva ribadito più volte: “o con le buone o con le cattive”. Due anni fa partivano dall’Italia e arrivavano alla corte di Gheddafi, anche 1000 sacchi per cadaveri, gommoni, posizionamenti satellitari da strada e da barca, binocoli, mute da immersione, kit per impronte digitali, ecc. Mi sembra strano che Gheddafi non abbia richiesto e ottenuto armi italiane.

Il procuratore di Agrigento Renato di Natale in una intervista è intervenuto dicendo che le armi non sono di origine italiana. “Il fatto che l'imbarcazione fosse stata data alla Libia dall'Italia non vuol dire che si trattasse di armi italiane. Anzi gli accordi tra i due Stati lo escludono”. Stando alle analisi del reparto speciale dei carabinieri, a sparare non furono mitra e kalashnikov, come diceva il rapporto del Viminale, ma armi in dotazione alla motovedetta. Ora, i protettori dello stato devono per forza reggere il gioco, non possono fare altrimenti. O dentro o fuori. Ma questa insistenza nel voler negare a tutti i costi che le armi non sono di origine italiana, quando l’Italia è uno dei principali fornitori di armi al mondo, la pulce nell’orecchio entra eccome.

Anche la Guardia di finanza, che sulla motovedetta aveva sei uomini, continua a negare che fossero presenti armi italiane. Comunque, di qualsiasi provenienza fossero le armi, all’interno della motovedetta, c’erano addestratori italiani che insegnavano ad uccidere il “clandestino”.

LE REAZIONI

“Occorre risolvere il problema della giurisdizione delle acque, perche' da anni i nostri pescherecci sono oggetto di sequestri e sparatorie da parte di vedette libiche che pero', non essendo donate dall'Italia con nostri militari a bordo, non facevano notizia” dice Giampaolo Buonfiglio, presidente di Agci Agrital. Secondo Bonfiglio, “nessuno ha mai voluto affrontare questo problema e a farne le spese continua ad essere sempre e solo la pesca italiana, settore escluso dagli accordi tra Italia e Libia”.

Una delle più importanti autorità italiane, ossia, il ministro dell’Interno, dopo l’accaduto, dichiarava spontaneamente che “forse i libici pensavano che la nave trasportasse immigrati clandestini”. E non è un incidente come si vuol far pensare, lo si crede veramente, altrimenti l’accordo con la Libia non sarebbe mai esistito. Non è tortura da parte dei giornalisti come dice qualcuno e non è scappata quella frase. Ma il ministro Maroni dovrebbe pur sapere, ma credo che bisognerebbe dirglielo, che le armi non si usano in pattugliamenti verso navi civili.

“Sorprende e preoccupa quanto detto da Maroni riguardo il peschereccio italiano mitragliato dai libici” ha detto Laurens Jolles, dell'Unhcr. Il rappresentante per il sud Europa dell'Unhcr, si augura “fortemente che questo non significhi che sia lecito sparare contro migranti e rifugiati”. Forse, perchè non conosce il Governo italiano e cos’è in grado di fare.

Intanto, Amnesty International chiede di sospendere e rivedere gli accordi con la Libia. “Amnesty International si è detta allarmata per l’attacco di domenica 12 settembre –si legge in un comunicato sul sito internet - L'organizzazione per i diritti umani ha chiesto alle autorità italiane di rivedere gli accordi tra Italia e Libia e di sospenderne l'applicazione fino a quando non saranno adottate sufficienti garanzie per la vita e i diritti umani di migranti, richiedenti asilo e cittadini italiani che transitano nel tratto di mare coperto dagli accordi”. Amnesty International ha già più volte reso noti i propri timori rispetto agli accordi bilaterali conclusi tra Italia e Libia che non includono alcuna garanzia per i diritti di migranti e richiedenti asilo, tra cui il diritto di accedere alla protezione internazionale dalle persecuzioni.

Andrea Onori

Nessun commento:

Posta un commento