Nigeria, la shell sversa 500mila barili di greggio. Comunità Bodo in rivolta

Ancora una volta la Shell. Ancora l’oro nero. Dopo il mancato accordo, per due fuoriuscite di greggio avvenute nel 2008 sotto l’indifferenza dei mass media, la società anglo olandese è stata chiamata a giudizio davanti il tribunale di Londra dalla comunità di Bodo, nella regione meridionale del Delta del Niger. I legali, rappresentanti di 35 villaggi della comunità, chiedono giustizia per circa 49mila persone, in maggioranza pescatori. Lo sversamento che ha causato danni irreparabili all’ambiente e alla vita dei locali, secondo l’accusa è stato di 500.000 barili di greggio.

La Shell ha riconosciuto in parte le sue responsabilità sostenendo che le fuoriuscite sarebbero ammontate ad un massimo di 4000 barili. Nessun segnale di preoccupazione è mai apparso sui volti dei capi di Stato, anzi, si mettono in strada ancora con le loro politiche arretrate per non mettere in discussione la centralità dell’occidente e soprattutto delle loro poltrone che potrebbero saltatre da un momento all’altro. Con tutto il petrolio che possiedono i paesi africani potrebbero davvero ribaltare il mondo, ma a loro l’accesso alle strutture petrolifere è negato. Si pensa che molte compagnie che estraggono petrolio nei paesi africani, portano sviluppo e lavoro. Non è così, nei paesi africani la ricchezza è sempre rimasta nelle mani di ben poche persone.

 Se si va in Nigeria, dalle tubature si vede sgorgare l’oro nero che si riversa su fiumi e torrenti. Schizza da tutte le parti penetrando nel corpo dei pesci e nelle bocche delle popolazioni locali. La pesca è impraticabile, i fiumi sono inquinati, i campi completamente distrutti, uomini e donne avvelenati. Ma la cosa più importante è produrre grandi quantità di barili al giorno. E non c’è solo la Shell ma anche altre multinazionali come l’ENI.

Gli oleodotti delle multinazionali sono vecchi e abbandonati a sé stessi senza nessuna manutenzione. Le perdite di petrolio ci sono ripetutamente dal 1995 ad oggi e dopo la fuoriuscita non c’è nessuna bonifica, ma si continua a lavorare come se nulla fosse accaduto. I gas che fuoriescono fanno bruciare la foresta 24 ore su 24 facendo morire gli animali e la vegetazione, ma le compagnie petrolifere continuano a bruciare sul posto i gas che vengono a galla assieme al petrolio.

Amnesty International con una lettera aperta al presidente dell’Eni, Paolo Scaroni nel 2009 mostra tutta la preoccupazione per il devastante impatto che l’inquinamento e i danni ambientali derivanti dalle attività di ENI hanno sui diritti umani degli abitanti del Delta del Niger. “In Nigeria, o muori di fame, oppure vai a combattere con il movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (MEND)” così mi rispose un ragazzo nigeriano quando gli domandai perché aveva scelto la strada dell’emigrazione verso l’Italia. “Mi mancano i miei genitori, facevano i pescatori ma con il petrolio che esce tutto è più difficile. Tutta colpa del petrolio che non ci fa vivere in pace con la nostra famiglia. Vengono a casa nostra e ci tolgono il lavoro. Prendono tutto e portano via” aggiunse.

VIVA KEN SARO WIWA 

 Il territorio della comunità Bodo è la regione abitata anche dal popolo Ogoni divenuta celebre a livello internazionale per le mobilitazioni contro la Shell portate avanti dallo scrittore e attivista Ken Saro Wiwa tra la fine degli anni Ottanta e il 1995, quando fu impiccato sotto il regime del generale Sani Abacha dopo un processo farsa. La compagnia petrolifera Shell, accettò di pagare 15,5 milioni di dollari per chiudere una causa civile che vedeva la compagnia accusata di complicità in violazione dei diritti umani, istigazione alla tortura e complicità alle impiccagioni di alcuni attivisti, tra questi Saro Wiwa. Lo scrittore nigeriano e altri otto militanti impegnati del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni per la difesa dei diritti dei residenti nella regione del Delta del Niger, sono stati barbaramente uccisi solo perché rivendicavano i loro diritti. Ken SaroWiwa dalla fine degli anni ’80 si fa portavoce di una campagna non violenta contro i danni ambientali della compagnia Shell.

Nel 1993 SaroWiwa organizzò marce pacifiche radunando 300.000 persone, attirando l’attenzione di tutto il mondo sulla condizione di questo popolo. Fu arrestato e nel 1995 avvenne l’esecuzione tramite impiccagione al termine di un processo che ha suscitato le più vive proteste da parte dell'opinione pubblica internazionale. I familiari delle vittime hanno, sin da allora, combattuto contro la Shell e la loro prepotenza. Nell'atto di accusa, depositato negli Stati Uniti, i ricorrenti hanno accusato la Shell di aver fornito armi alla polizia nigeriana per tutti gli anni ‘90 e di aver aiutato l’esercito a catturare gli attivisti. Dal canto suo la Shell ha sempre respinto le accuse.

Non bastano certamente gli spiccioli, che la Shell si toglie dalla tasca, per dare credibilità alle multinazionali che vessano continuamente nei territori più poveri e privi di diritti. Anche se passata, la vicenda SaroWiwa, è ancora di forte attualità in Nigeria, dove i militanti non-violenti del Mosop di Saro-Wiwa, che praticavano la disobbedienza civile, sono stati rimpiazzati dai militanti del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), che ricorrono a sequestri, boicottaggi e scontri armati per perseguire gli stessi obiettivi. Si sono radicalizzati proprio per colpa di politiche internazionali vessatorie che non rispettano i diritti umani e uccidono intere comunità. Uccisioni pari ad un genocidio. Sebbene la Nigeria sia uno dei principali produttori di petrolio, la maggioranza della popolazione nigeriana vive ancora oggi in condizioni di estrema povertà a causa dell’alta corruzione e dell’incapacità della classe di governo di dare dignità al suo popolo. 

Prima che venisse impiccato, Saro Wiwa disse: “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”. Ed oggi, la lotta per la libertà dei nigeriani ancora continua…

Nessun commento:

Posta un commento