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Nigeria, la shell sversa 500mila barili di greggio. Comunità Bodo in rivolta

Ancora una volta la Shell. Ancora l’oro nero. Dopo il mancato accordo, per due fuoriuscite di greggio avvenute nel 2008 sotto l’indifferenza dei mass media, la società anglo olandese è stata chiamata a giudizio davanti il tribunale di Londra dalla comunità di Bodo, nella regione meridionale del Delta del Niger. I legali, rappresentanti di 35 villaggi della comunità, chiedono giustizia per circa 49mila persone, in maggioranza pescatori. Lo sversamento che ha causato danni irreparabili all’ambiente e alla vita dei locali, secondo l’accusa è stato di 500.000 barili di greggio.

La Shell ha riconosciuto in parte le sue responsabilità sostenendo che le fuoriuscite sarebbero ammontate ad un massimo di 4000 barili. Nessun segnale di preoccupazione è mai apparso sui volti dei capi di Stato, anzi, si mettono in strada ancora con le loro politiche arretrate per non mettere in discussione la centralità dell’occidente e soprattutto delle loro poltrone che potrebbero saltatre da un momento all’altro. Con tutto il petrolio che possiedono i paesi africani potrebbero davvero ribaltare il mondo, ma a loro l’accesso alle strutture petrolifere è negato. Si pensa che molte compagnie che estraggono petrolio nei paesi africani, portano sviluppo e lavoro. Non è così, nei paesi africani la ricchezza è sempre rimasta nelle mani di ben poche persone.

 Se si va in Nigeria, dalle tubature si vede sgorgare l’oro nero che si riversa su fiumi e torrenti. Schizza da tutte le parti penetrando nel corpo dei pesci e nelle bocche delle popolazioni locali. La pesca è impraticabile, i fiumi sono inquinati, i campi completamente distrutti, uomini e donne avvelenati. Ma la cosa più importante è produrre grandi quantità di barili al giorno. E non c’è solo la Shell ma anche altre multinazionali come l’ENI.

Gli oleodotti delle multinazionali sono vecchi e abbandonati a sé stessi senza nessuna manutenzione. Le perdite di petrolio ci sono ripetutamente dal 1995 ad oggi e dopo la fuoriuscita non c’è nessuna bonifica, ma si continua a lavorare come se nulla fosse accaduto. I gas che fuoriescono fanno bruciare la foresta 24 ore su 24 facendo morire gli animali e la vegetazione, ma le compagnie petrolifere continuano a bruciare sul posto i gas che vengono a galla assieme al petrolio.

Amnesty International con una lettera aperta al presidente dell’Eni, Paolo Scaroni nel 2009 mostra tutta la preoccupazione per il devastante impatto che l’inquinamento e i danni ambientali derivanti dalle attività di ENI hanno sui diritti umani degli abitanti del Delta del Niger. “In Nigeria, o muori di fame, oppure vai a combattere con il movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (MEND)” così mi rispose un ragazzo nigeriano quando gli domandai perché aveva scelto la strada dell’emigrazione verso l’Italia. “Mi mancano i miei genitori, facevano i pescatori ma con il petrolio che esce tutto è più difficile. Tutta colpa del petrolio che non ci fa vivere in pace con la nostra famiglia. Vengono a casa nostra e ci tolgono il lavoro. Prendono tutto e portano via” aggiunse.

VIVA KEN SARO WIWA 

 Il territorio della comunità Bodo è la regione abitata anche dal popolo Ogoni divenuta celebre a livello internazionale per le mobilitazioni contro la Shell portate avanti dallo scrittore e attivista Ken Saro Wiwa tra la fine degli anni Ottanta e il 1995, quando fu impiccato sotto il regime del generale Sani Abacha dopo un processo farsa. La compagnia petrolifera Shell, accettò di pagare 15,5 milioni di dollari per chiudere una causa civile che vedeva la compagnia accusata di complicità in violazione dei diritti umani, istigazione alla tortura e complicità alle impiccagioni di alcuni attivisti, tra questi Saro Wiwa. Lo scrittore nigeriano e altri otto militanti impegnati del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni per la difesa dei diritti dei residenti nella regione del Delta del Niger, sono stati barbaramente uccisi solo perché rivendicavano i loro diritti. Ken SaroWiwa dalla fine degli anni ’80 si fa portavoce di una campagna non violenta contro i danni ambientali della compagnia Shell.

Nel 1993 SaroWiwa organizzò marce pacifiche radunando 300.000 persone, attirando l’attenzione di tutto il mondo sulla condizione di questo popolo. Fu arrestato e nel 1995 avvenne l’esecuzione tramite impiccagione al termine di un processo che ha suscitato le più vive proteste da parte dell'opinione pubblica internazionale. I familiari delle vittime hanno, sin da allora, combattuto contro la Shell e la loro prepotenza. Nell'atto di accusa, depositato negli Stati Uniti, i ricorrenti hanno accusato la Shell di aver fornito armi alla polizia nigeriana per tutti gli anni ‘90 e di aver aiutato l’esercito a catturare gli attivisti. Dal canto suo la Shell ha sempre respinto le accuse.

Non bastano certamente gli spiccioli, che la Shell si toglie dalla tasca, per dare credibilità alle multinazionali che vessano continuamente nei territori più poveri e privi di diritti. Anche se passata, la vicenda SaroWiwa, è ancora di forte attualità in Nigeria, dove i militanti non-violenti del Mosop di Saro-Wiwa, che praticavano la disobbedienza civile, sono stati rimpiazzati dai militanti del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), che ricorrono a sequestri, boicottaggi e scontri armati per perseguire gli stessi obiettivi. Si sono radicalizzati proprio per colpa di politiche internazionali vessatorie che non rispettano i diritti umani e uccidono intere comunità. Uccisioni pari ad un genocidio. Sebbene la Nigeria sia uno dei principali produttori di petrolio, la maggioranza della popolazione nigeriana vive ancora oggi in condizioni di estrema povertà a causa dell’alta corruzione e dell’incapacità della classe di governo di dare dignità al suo popolo. 

Prima che venisse impiccato, Saro Wiwa disse: “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”. Ed oggi, la lotta per la libertà dei nigeriani ancora continua…

cento anni fa costruirono per prepararci al disastro. Tra cento anni saranno i nostri figli a piangere per colpa nostra



Genova, 4 Novembre 2011

Per colpa dei nostri padri salutiamo per sempre Shpresa Djala (28 anni) e le sue figlie Janissa (quasi un anno) e Gioia (8 anni). Sotto il fango sono rimaste anche Angela Chiaromonte (40 anni), Evelina Pietranera (50 anni) e Serena Costa (19 anni).

‎"E' evidente che si è costruito dove non si doveva, ma forse si possono trovare interventi che scongiurino il ripetersi di questi disastri" dice il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Circa cinquanta/cento anni fa si è costruito dove non si doveva. Cementificazioni selvagge e poco rispetto per la natura ci hanno portato ai disastri odierni. Ora? cosa si può fare? Forse i condoni sono la strada giusta? Forse la cementificazione smisurata? Forse il "piano casa" della Polverini? Forse la Tav e le altre opere che distruggono la terra? Tra cinquanta/cento anni saranno i nostri figli a piangere per colpa nostra. Non abbiamo imparato nulla e non riusciamo a costruire per un futuro migliore.

Vi lamentate quando la natura si ribella alla violenza degli uomini e alla sua cementificazione. Raccontate le tragedie causate dalla forza della natura piangendo le vittime e cercando di scavare montagne di fango. Poi, una volta passato l'uragano dei mass media, ricominciate a violentare la terra con la Tav, con il ponte sullo stretto e con tante altre opere abusive o opere dichiarate legali ma pur sempre abusive per la natura e per il nostro futuro. I nostri figli dovranno fare i conti con le nostre schifezze. Come noi, stiamo facendo i conti con le schifezze passate.

Opere che servono ad arricchire qualcuno e ad uccidere qualcun altro. Dobbiamo ripensare al nostro stile di vita. Se non ci pensiamo noi, ci penserà ancora la natura. Non ci si incazza per sadomasochismo quando si vedono ruspe che sventrano intere colline, oppure quando si vedono paesi e città con più case che uomini.

Non basta tirare fuori il denaro e costruire a proprio piacimento. Oggi, ci sentiamo tutti grandi maestri e intelligenti. Un ingegnere edile, ad esempio, non deve sapere solo come si posiziona il mattone dopo anni di studio. Se fatto bene,quella è bravura nel fare le cose nel proprio campo. Ognuno, nel proprio capo, può essere più o meno competente. Questa non è intelligenza! L’ingegnere intelligente è quando sa che con quel mattone può creare lo sviluppo per un’intera comunità oppure, la sua distruzione. Un ingegnere intelligente usa quel mattone in modo tale che la collettività possa giovarne.

Purtroppo quando la natura si ribella ai nostri sfregi non si può fare nulla. Se continuiamo di questo passo i nostri figli saranno sotterrati per colpa nostra!

"Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l'orizzonte. Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d'anima forte" [Guccini - Piazza Alimonda]

Come prendersi gioco dei più deboli

Capita che una “Repubblica fondata sul lavoro” ti porti lentamente al decesso psicologico e che qualcuno si prenda anche gioco di te. Può succedere che un abile professionista, organizzi corsi di formazione finti e inutili, volti solo ad arricchire le tasche di qualcuno. Dall’altra parte ci sono i precari, i disoccupati “legali” che conoscono questi intrighi ma hanno paura di parlare, per le minacce che seguirebbero o per affrontare un processo troppo costoso. La prepotenza insiste e dilaga facendo forza proprio sulla paura delle persone. E’ difficile avere gli attributi e denunciare, quando tutto può ritorcersi contro di te e la tua famiglia. E allora non resta altro che attendere che qualcuno se ne accorga.

C’è gente che aspetta un posto di lavoro, che si aggrappa a tutto per arrivare alla fine del mese con un misero stipendio in mano. Per questi professionisti, i precari e i più deboli sono proprio una manna scesa dal cielo. Si è creato un sistema che ogni anno attira finanziamenti pubblici per quasi 20 miliardi di euro. La cifra viene fuori sommando fondi nazionali, comunitari per gli ammortizzatori sociali e una fetta di 2,5 miliardi di Euro destinati alla formazione professionale.

Di quest’ultima, una parte viene destinata ai corsi per disoccupati, apprendisti, giovani alla prima esperienza o lavoratori a rischio di esclusione: a tutte queste attività, secondo l’ultimo rapporto Isfol, hanno partecipato 360mila persone. Da queste cifre esorbitanti è partita una inchiesta che ha scovato speculatori e sanguisughe.

Tali corsi per apprendisti e disoccupati, leggendo i programmi, sembrava di vivere nel Paese delle meraviglie. Si è scoperto che questa era solo una montatura. Si è sviluppato questo sistema di “formazione” per arrivare a conquistare il bottino che proveniva dal ministero, dall’Unione Europea e dalle Regioni. Il silenzio ancora regna e l’indifferenza o la rassegnazione vince sulla volontà di dire basta e voltare pagina una volta per tutte.


I CASI

Tutto lo stivale è colpito da questa fitta rete di manovratori di denaro pubblico. Fiorella, una donna con un titolo di studio, che parla diverse lingue e da sempre impegnata nel sociale, da anni ormai si trova a combattere contro l’indifferenza e la povertà. Reclama proprio quel denaro che lo Stato ha stanziato per lei, per coprire i suoi bisogni principali. Ci chiediamo spesso, ma i soldi stanziati per i servizi sociali dove sono? “Purtroppo – afferma Fiorella – i soldi per i veri indigenti finiscono altrove. Sono stanziati per favorire gli interessi politici e della cricca dei servizi sociali. Chi può testimoniare è proprio l’emarginato, colui che fa paura alle cricche. Chi sa, sono i cosiddetti barboni spesso afflitti da alcolismo e problemi mentali, chiunque finirebbe cosi, anche io ci sono molto vicina”.

Anche Antonio Trapani da sette anni ormai lotta contro l’indifferenza delle istituzioni e della società civile. Chiede aiuto, ma ripetutamente dalle istituzione gli viene detto che non ci sono soldi né per lui, né per la mamma malata. Il principe dei poveri, così si fa chiamare Antonio, negli ultimi giorni si è sentito dare due risposte alquanto inumane per un paese che si dovrebbe definire democratico. La prima risposta viene dal Cad e dice che purtroppo i soldi per prendere un dottore e mandarlo nella sua abitazione a curare sua mamma, gravemente malata, non ci sono. Successivamente gli viene data una risposta ben precisa da un ente sanitario: “le confermo quello che Le ho detto al telefono e cioè che in base alle leggi vigenti le persone colpite da patologie invalidanti e da non autosufficienza non hanno alcun diritto esigibile alle cure domiciliari. Non è giusto, ma è così”.

Si usano le persone più deboli per arricchire sempre di più le proprie tasche, inventandosi di tutto, ma proprio di tutto. Nella cerchia dei corsi fantasma apparecchiava la tavola anche Tonino Tidu, presidente dell’Enaip (Ente Nazionale Acli Istruzione Professionale) che nel sito dell’Ente si legge che “la formazione professionale è leva strategica per la crescita culturale e sociale della persona, per lo sviluppo economico del Paese e per rispondere alle sfide della competizione globale”. Tidu, ora è imputato in un processo a Cagliari e avrebbe gestito finanziamenti regionali per corsi per “operatore su pc”, “addetto alle piante aromatiche e officinali” e “orticoltore” senza produrre alcun posto.

Questo non è il primo Caso e credo non sarà neanche l’ultimo. Si è aperto anche il processo a Giorgio Simeoni, deputato Pdl, accusato di aver ricevuto nel 2005 una tangente da 100mila euro dai titolari della Euro Consulting group volto a chiudere un occhio sui corsi di formazione inesistenti.

In Liguria, la procura di Genova sta evidenziando che ogni partito politico metteva le mani nella fetta di questo sistema. In questa inchiesta sono coinvolti l’assessore regionale alla Pesca Giancarlo Cassini e il consigliere Vito Vattuone, del Pd, e Nicola Abbundo, del Pdl.

In Sicilia per ogni corso di formazione solo un disoccupato e mezzo trova effettivamente lavoro. L'isola è tra la regioni con il più alto tasso di disoccupazione e per questo motivo l’Unione Europea ha deciso di stanziare un Fondo sociale che ha portato in Sicilia 1,5 miliardi di Euro per finanziare i corsi di formazione. Il risultato è stato solo il boom degli enti che hanno approfittato con l’ausilio di politici targati Mpa, Pdl, Pd e Udc, sindacati e associazioni cattoliche. Tutti enti che dovevano far diventare i disoccupati siciliani marinai, artigiani, parrucchieri, esperti informatici. I magistrati hanno scoperto che l’Efal (Ente Formazione Addestramento Lavoratori) ha ricevuto dalla Regione sei milioni di euro e messo su corsi fantasma per disoccupati siciliani.

In Lombardia nel 2010, sono stati impiegati 45,8 milioni di euro. La metà dei fondi sono stati gestiti da dieci operatori, i soliti. La maggior parte dei servizi svolti riguarda il colloquio di accoglienza di primo livello e i corsi di formazione. Le cifre per questi destinatari oscillano tra i 34mila e i 62mila Euro. I numeri per coloro che effettivamente hanno ricevuto un accompagnamento al lavoro concreto si abbassano penosamente. Poi, in Campania, con i finti stage con il progetto “Isola”e in Puglia i fondi per i disabili finivano in tasca ad assessori, funzionari regionali e imprenditori. I formatori, giocando sulla disoccupazione altrui, creano posti per se stessi e nel frattempo si riempiono la pancia.

Andrea Onori

Più di 9 milioni di bambini muoiono ogni anno

Meno della metà dell’importo speso in acqua imbottigliata ogni anno in tutto il mondo, sarebbe necessario per fermare la violenza delle morti innocenti, quelle dei bambini. Più di nove milioni di piccole anime innocenti, la maggior parte dei quali nei paesi in via di sviluppo, muoiono prima dei cinque anni. Nel mondo ogni tre secondi muore un bambino, di cui il 90% per cause facilmente prevenibili. In Afghanistan, un bambino su cinque muore prima del quinto compleanno, mentre in tutta l’Africa sub-sahariana, la percentuale è uno su sette.

La maggior parte dei bambini nel mondo muoiono a causa di malattie curabili come la polmonite, diarrea o la malaria. Se la gente riuscisse a capire veramente che con pochissimo si potrebbero salvare dalla morte moltissimi bambini. ”Ma la pressione per spingere i leader mondiali ad agire semplicemente non c’è, anche perché la percezione dell’opinione pubblica è allarmante. Si pensa che è troppo costoso fare qualcosa in fretta”. dice Save the children.

I leader mondiali si sono impegnati nel 2000 a ridurre le morti dei bambini in tutto il mondo entro il 2015. Save The Children ha dichiarato che il processo di tale obiettivo è stato “troppo lento”. In base agli attuali trend, la riduzione della povertà potrà iniziare nel 2045. Questo significa che milioni di bambini saranno uccisi dall’avidità umana dato che non si mettono in atto soluzioni semplici ed efficaci. Cose normali come l’assistenza durante un parto, cure post natali, prevenzioni per polmonite, diarrea e malaria, potrebbero risolvere moltissimi errori umani. “Un bambino in Europa non muore di diarrea, dobbiamo chiederci perché non siamo capaci di raggiungere l’obiettivo con questi bambini. Con i nostri stessi interventi di base, si può fare” continua Save the children.

Ci sono dati di fatto. Molti paesi hanno dato l’input per capire che un cambiamento è possibile: Brasile, Egitto, Bangladesh, Indonesia, Cina, Messico, Nepal e Filippine stanno riuscendo nell’obiettivo del Millennio.

Secondo i dati forniti dalle fonti ufficiali dello stanziamento per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo posizionano l’Italia tra gli ultimi posti della classifica OCSE. “Nel 2009, l’Italia è l’Ultimo nella lista” ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia.

Shantha Bloemen, portavoce di Save the children nell’Africa Sub-sahariana ha dichiarato che vi era stato un certo successo nella lotta contro la mortalità infantile nel 1990. ”Quello che stiamo vedendo in Sud Africa oggi, è che troppi bambini muoiono a causa di interventi sanitari di base”, ha detto Bloemen.

Onori Andrea

Save the children lancia l’allarme: “Violati i diritti dei minori non accompagnati”

Per la soddisfazione di qualche individuo, Save The Children, afferma che da marzo 2009 a febbraio 2010 sono giunti in Sicilia 278 minori non accompagnati (di cui solo 4 identificati a Lampedusa), mentre nell’anno scorso, erano sbarcati a Lampedusa 1.994 minori non accompagnati. Da questi dati si può leggere che i respingimenti danno i suoi frutti ed il governo può gongolare.

Ma verso quale luogo finiscono per approdare i tantissimi bambini non accompagnati che non raggiungono le coste siciliane? Perché le agenzie internazionali non monitorano e non garantiscono i diritti essenziali a questi bambini che fuggono da persecuzioni e fame? Indiscutibilmente non spariscono nel nulla, ma solo dalla nostra visione. Gli sbarchi, senza i respingimenti, sarebbero continuati a verificarsi e, come è giusto che sia, rispettando le norme internazionali sarebbero stati identificati e accolti con le loro domande d’asilo. Quindi, è evidente che sono tantissimi i minori respinti e rimasti in Libia. Noi europei, paesi democratici, preferiamo attaccare le terre che non garantiscono i diritti umani alle singole persone, ci facciamo portatori dei diritti fondamentali, ma non vogliamo che questi uomini, donne e bambini perseguitati chiedano aiuto all’Europa. Scegliamo la strada più facile: preferiamo allontanarli per non guardare nei loro occhi il terrore e la paura.

I bambini che non sono arrivati in Italia non sono un numero. Sono esseri umani che fuggono dalla povertà, da conflitti interni, guerre civili o persecuzioni. “A questi ragazzi – dice Valerio Nieri, Direttore Generale per l’Italia di Save the Children - stiamo negando una possibilità, un futuro.“ L’Italia, con l’indifferenza dell’Europa che non si interessa affatto a risolvere il problema, respinge minori senza rispettare le norme internazionali e nazionali. Per queste piccole creature le norme prevedono “trattamenti speciali” come è giusto che sia. “È necessario – continua Valerio Neri - che non vengano più effettuate operazioni di rinvio dei migranti in arrivo via mare, garantendo il rispetto della normativa nazionale, comunitaria e internazionale in materia di divieto di respingimento, rispetto dei diritti umani e tutela delle categorie vulnerabili”
Il rapporto in questione, dichiara che nel corso del 2009, a causa della riduzione degli arrivi, le comunità hanno accolto un numero di minori in linea con gli standard previsti per legge (numero non superiore a 10) e gli spazi per loro all’interno delle strutture sono risultati migliorati. “Nel corso dell’ultimo anno, però, non sono stati attuati interventi strutturali volti alla riorganizzazione del sistema di accoglienza” dice ancora il direttore. I respingimenti e il venir meno all’emergenza, ha prodotto l’abbandono di progetti di ristrutturazione del sistema di accoglienza avviati nel 2008. Si è preferito spendere più soldi per l’apparato repressivo e per fornire materiali e mezzi alla Libia, che fornire servizi essenziali per le strutture di accoglienza.
Nei giorni scorsi è tornata sull’argomento anche la chiesa cattolica e si è pronunciata esplicitamente contro l’accordo tra Italia e Libia per il respingimento degli immigrati. “Nessuno - ha dichiarato l’arcivescovo Agostino Marchetto - può essere trasferito, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste il serio pericolo che la persona sarà condannata a morte, torturata o sottoposta ad altre forme di punizione o trattamento degradante o disumano”. In fondo l’Arcivescovo ha riportato solamente l’articolo 33 dalla convenzione di Ginevra del 1951 che parla del principio del “non refoulement”, ossia del non respingimento in paesi dove la propria vita potrebbe essere in pericolo.

Il non rispetto delle regole si può palesemente vedere anche dai dati forniti dal Ministero dell’Interno. Lo scorso anno le domande d’asilo sono state 17.600 contro le 30.492 del 2008. E’ chiaro che la politica dei respingimenti e la xenofobia che dilaga nel territorio, nella burocrazia e nelle istituzioni, ostacola chi avrebbe le carte in regola per avere lo status di rifugiato.

Andrea Onori
da Periodico Italiano

Si pensa, ma non si dice che scompaiono in massa

“Siamo stremati, alcuni di noi stanno male e temiamo la Libia. Vi prego aiutateci”. E’ stato uno dei tanti appelli dei migranti che vengono ripetutamente respinti alla corte di Gheddafi. Tutti i migranti che hanno assaggiato le galere libiche sanno quanto è meglio la morte. Ma nessuna inchiesta contro queste stragi di massa si è mai aperta. Anzi, l’Italia finanzia, collabora e costruisce tre centri di detenzione in Libia, il tutto per non sporcarci le mani in prima persona. Il primo centro è stato costruito nel 2003, gli altri due, che si trovano nei pressi di Cufra ed a Sebha, sono stati stanziati nella finanziaria del 2004 – 2005. Tutti e tre sono nascosti, si trovano nel bel mezzo del deserto dove la polizia può violentare psicologicamente e fisicamente il migrante e, se quest’ultimo vuole fuggire, basta pagare una quota ai carcerieri.

“Abd el Magid sa che molti sono stati arrestati poco prima di partire e detenuti per mesi o per anni nelle carceri libiche, accusati di emigrazione clandestina senza che le famiglie avessero più loro notizie” lo racconta Gabriele Del Grande nel suo libro “Mamadou va a morire”. Il giornalista ha seguito per tre mesi le rotte lungo tutto il mediterraneo ed ha visto e sentito in prima persona ciò che succede in Libia. Dal 2003, quando l’Italia siglò gli accordi con la Libia per contrastare l’immigrazione “clandestina” ed oltre a finanziare i centri di detenzione fornì a Gheddafi sacchi da morto, soldi e motovedette, da allora, la violenza per i migranti non ha fine. All’interno dei centri la sporcizia fa da padrona, scabbia e infezioni sono il minimo che ci si possa prendere.

In tutto sono stati individuati 28 centri di detenzione in Libia e sono in maggior parte di tre tipi: i centri di raccolta dove vengono concentrati i migranti arrestati durante le retate, strutture più piccole dove rimangono per un breve periodo e poi ci sono le prigioni comuni a tutti dove sono ammassati i migranti.

“Abbiamo chiesto ai militari italiani l’intenzione di fare richiesta d’asilo e li abbiamo pregati di non consegnarci ai libici perché temiamo di finire in carcere, ma non hanno voluto sentire ragioni” è quello che ha riferito un immigrato a telefono con un giornalista della BBC. Sempre secondo questa fonte l’ultimo respingimento è avvenuto con violenza da parte della guardia di Finanza.

E’ davvero assurdo che, mentre morivano in mezzo al mar mediterraneo 73 migranti, in terra italiana, si sentiva parlare soltanto di giustificazione, per la situazione “imbarazzante” in cui si trovava il governo, invece di esprimere dolore collettivo per tutti i migranti morti a causa della negligenza di qualcuno. Hanno addirittura accusato i sopravvissuti, stremati e moribondi di mentire nel raccontare l’accaduto. Adesso che piano piano i cadaveri iniziano ad essere identificati tutto conferma la versione dei fatti e nessuno cerca più una giustificazione ma ci si chiude nel silenzio tombale e si spera che il tutto finisca nel dimenticatoio. Ma qualcuno non resta in silenzio ed è l’ASGI (associazione studi giuridici sull’immigrazione) e l’Ue che chiedono una verifica dei fatti nonostante qualcuno voglia seppellire l’accaduto.

Nel nostro paese tutto tace. Tra scandali nei party, litigi tra editori di giornali e gossip, la gente continua a morire nel mar mediterraneo nell’indifferenza di un paese addormentato. Mi chiedo: come è possibile che nessun telegiornale, nessun giornale italiano e straniero documenti effettivamente tutti i respingimenti fatti dal governo? Nessuno sa dove sono andati gli ultimi migranti respinti, oltrepassata la zona di frontiera le telecamere italiane come d’incanto si spengono.

Si sente in continuazione soltanto la voce del ministro Maroni che senza avere dubbi vuole continuare i respingimenti: “Il sistema di respingimento funziona e noi continueremo con questa procedura per garantire non solo l’Italia ma anche l’Unione Europea”. Ma noi abbiamo bisogno della sicurezza come il migrante, entrambi ne abbiamo bisogno ma questa sicurezza fatta di case, lavoro, rispetto reciproco e solidarietà non si vede nel nostro paese. Il ministro parla anche dei Cie italiani dicendo che: “Nei Centri di identificazione ed espulsione non c’é alcuna emergenza.”

Non può nascondere la violenza fisica e morale che subiscono i migranti anche nei centri di detenzione italiani. “Ci sono giorni che non ci possiamo alzare dal letto, ci danno la terapia per calmarci ma non devi parlare, basta che stai sempre zitto” tutto ciò mi è stato raccontato da un migrante contattato telefonicamente. Il recluso era abbattuto, gli dissi che presto sarebbe uscito, ma lui mi urlò come per disperazione:”ci trattano male e ci prendono in giro. Fanno sorrisi falsi, ci trattano come animali come degli schiavi”.

Un’altra testimonianza, per smentire Maroni, è stata un’intervista telefonica fatta da “Macerie” ad un migrante recluso nel Cie di Ponte Galeria (Roma). “Quando sono entrato qui mi hanno detto che dovevo stare tranquillo, che qui ero libero.Ho visto la Croce Rossa e mi sono detto: “meno male, almeno non vedo la polizia intorno. Invece mi sono sbagliato tanto, mi sono sbagliato tanto a pensare così…” dice il migrante a telefono. Si è trovato davanti lunghe sbarre, “avete presente gli zoo, come sono divisi gli animali? Una gabbia sono negri, una gabbia sono arabi, una gabbia sono del Bangladesh, una gabbia sono indiani, una gabbia sono europei…qui non è come fosse Guantanamo: è Guantanamo!” Si è subito reso conto che non andava a trovare la libertà ma la reclusione più assurda e razzista, non andava incontro all’esistenza (”ci danno il vitto solo per tenerci in vita”) ma alla crudeltà.

La vita per un migrante, che deve attendere lo status di rifugiato o che gli viene negato, è davvero difficile anche se vive “liberamente” nel territorio italiano. E’ il caso di Roger che, dopo il diniego, ora attende da quattro anni il ricorso. Vede la sua vita senza alcun futuro, è sospesa: “Ho passato 4 anni di merda quì in Italia. Vivo in una cantina e quando piove il letto si bagna, il pavimento si bagna. Io non riseco a dormire, sto male fisicamente e moralmente. Pago 130 euro al mese l’affitto. Lavoro in nero, prendo qualche spicciolo e aspetto un permesso di soggiorno che non arriva mai…”

Non è affatto una bella cosa che i cieli di Tripoli si sono tinti di verde bianco e Rosso dato che non c’è nulla da festeggiare…

Onori Andrea

Le armi che girano per il mondo

SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) è un istituto internazionale di ricerche sulla pace. Fondato a Stoccolma nel 1966 per commemorare i 150 anni di pace ininterrotta in Svezia. Il suo compito è quello di condurre ricerche scientifiche in materia di conflitti per proporre nuove condizioni pacifiche ed una stabilità internazionale. Poco tempo fa è uscito il rapporto “SIPRI yearbook 2009, armament, disarmament and international security” con 25 pagine intense e al suo interno possiamo cogliere anche i comportamenti dello stato italiano in campo internazionale.

Ciò che più sconvolge è che gli stessi aerei che trasportano aiuti umanitari nelle zone di guerra in Africa portano anche le armi con le quali quei conflitti vengono combattuti. Insomma prima si fa la guerra, si distrugge e poi si porta il contentino per avere gli applausi di tutta la comunità internazionale. Dalla ricerca emerge che il 90% delle compagnie aeree coinvolte nei traffici di armi ha consegnato anche aiuti umanitari per conto di agenzie delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, della Nato, dell’Unione Africana e di diverse Ong. “Durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush, la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale soprattutto per i costi dei conflitti in Afghanistan e Iraq: un incremento che ha contribuito all’impennata del deficit del bilancio Usa. I due conflitti sono stati sovvenzionati con provvedimenti supplementari d’emergenza fuori dal regolare budget e sono stati finanziati attraverso prestiti” ci racconta SIPRI.

Si possono cambiare duecento governi ma se c’è in loro sempre una volontà dispotica di non far partecipare la gente ad un progetto democratico tutto è più complicato. E se permettiamo che i ricchi diventino sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri è ancora più assurdo.

Nel complesso - riporta il Sipri - nonostante la crisi finanziaria internazionale la spesa militare nel mondo è cresciuta in un anno del 4%, (1.464 miliardi di dollari) raggiungendo così la nuova cifra record dalla fine degli anni della Guerra Fredda. Con 40,6 miliardi di dollari in valori correnti l’Italia mantiene anche nel 2008 l’ottavo posto nel mondo per spese militari.

Per quanto riguarda il commercio internazionale di armamenti ha visto i trasferimenti internazionali il Sipri Arms Transfers Database segnala nel quinquennio 2004-8 esportazioni di sistemi militari convenzionali dagli Stati Uniti per un valore di oltre 34,9 miliardi di dollari (in valori costanti), seguiti dalla Russia (28,5 miliardi), Germania (11,5 miliardi), Francia (9,6 miliardi), Gran Bretagna (5,1 miliardi), Olanda (3,8 miliardi) e Italia (2,8 miliardi).

Nel 2007 tra le dieci principali aziende produttrici di armamenti c’è anche la Finmeccanica, con oltre 9,8 miliardi di vendite, mantiene il nono posto nel mondo. Va ricordato che con queste armi l’Italia e l’occidente è complice dei disastri delle guerre etniche e le stesse aziende sono a conoscenza che quelle armi che costruiscono finiscono nelle mani dei bambini.

Onori Andrea

da http://periodicoitaliano.info/2009/06/10/le-armi-che-girano-per-il-mondo/

Inizia a New York il processo contro la Shell

28/05/2009:
E’ Iniziato a New York il processo contro la società petrolifera anglo-olandese Royal Dutch Shell che potrebbe essere colpevole di violazione dei diritti umani. Ma non solo, la comunità degli Ogoni in Nigeria meridionale sta sostenendo una campagna contro i danni all’ambiente e alle risorse agricole causati dalla Compagnia. Estrazione petrolifera, danni all’ambiente e violazione dei diritti umani sono spesso drammaticamente connessi, soprattutto nel sud del mondo. Più scandaloso è che la compagnia potrebbe aver consegnato denaro e rifornimenti all’esercito Nigeriano.
La Royal Dutch Shell, attraverso la sua affiliata in Nigeria, la Shell Transport & Trading, è stata accusata di istigazione alla tortura e complicità nella morte di Ken Saro-Wiwa e di altri otto militanti impegnati del Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosopop) per la difesa dei diritti dei residenti nella regione del Delta del Niger.

La Shell estrae in Nigeria dal 1958, ma nel paese africano la ricchezza è rimasta nelle mani di ben poche persone. Il coinvolgimento di Shell in Nigeria venne alla ribalta di nell’ottobre 1990 quando una pacifica protesta in Unchem si intensificò e ottanta persone furono uccise dalla polizia e 495 case furono distrutte. Shell afferma che aveva solamente chiesto protezione alla polizia. Nel marzo del 1992 la comunità di Omudiogo si lamentava per la mancanza di assistenza da parte della multinazionale. Quattro mesi più tardi la MPF (Mobile Police force) veniva nuovamente inviata a zittire chi protestava contro la compagnia petrolifera.

L’attivista e scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa è uno degli intellettuali più significativi dell’Africa post- coloniale. Dalla fine degli anni ’80 si fa portavoce di una campagna non violenta contro i danni ambientali della compagnia Shell. Nel 1993 Saro Wiwa organizzò marce pacifiche radunando 300.000 persone attirando l’attenzione di tutto il mondo sulla condizione di questo popolo.

Fu arrestato ben tre volte con l’accusa di aver incitato all’omicidio di alcuni presunti oppositori del MOSOP. Nel 1995 avvenne l’esecuzione di Ken Saro-Wiwa e di altri otto dissidenti tramite impiccagione al termine di un processo che ha suscitato le più vive proteste da parte dell’opinione pubblica internazionale e delle organizzazione per i diritti umani.

Durante il processo per alto tradimento, Ken Saro-Wiwa aveva accusato Shell dicendo: “…la guerra ecologica che Shell ha intrapreso … sarà presto giudicata e il … crimine della guerra sporca della compagnia contro il popolo Ogoni sarà punito”. Quando Saro-Wiwa fu giustiziato per imputazioni inventate, la condanna internazionale dei fatti colpì anche Shell. Gli Ogoni chiedono miliardi di risarcimento al gruppo Shell ed esigono, da parte dello Stato, il diritto all’autodeterminazione politica. Dopo questa sollevazione collettiva, più di un migliaio di Ogoni sono stati assassinati, e donne e ragazze sono state violentate.

Se la Corte di Manhattan dichiarasse la Shell colpevole, sarebbe la prima condanna di una multinazionale per violazione dei diritti umani. Il processo nasce in base alla legge statunitense “Alien tort statute” che consente ai cittadini stranieri di denunciare negli Usa violazioni dei diritti umani compiute in altri paesi. Spesso il potere economico della multinazionale è tale che sono
in pochi a dubitare che non avrebbe potuto interrompere immediatamente il l’uso della violenza contro i manifestanti. La Shell sostiene che le compagnie private non possono farsi coinvolgere nel processo politico dei paesi in cui operano. Sembrerebbe una posizione legittima, ma la Shell è già profondamente coinvolta nella situazione politica nigeriana.

La Nato e il grilletto facile

Ancora una volta la Nato è stata costretta a rendere noto di aver ucciso otto civili afghani in un raid aereo nel sud dell’Afghanistan. L’annuncio è arrivato proprio lo stesso giorno in cui l’esercito americano ha riconosciuto di aver ucciso una trentina di civili in un raid aereo il 4 maggio scorso. La Nato aveva negato sin dall’inizio fino a quando i principali network televisivi occidentali non hanno mostrato documenti che facevano vedere anche i bambini morti sotto le bombe. Mentre l’incidente di ieri ha avuto luogo a Nawa, a sud di Lashkar Gah, nella provincia di Helmand, roccaforte dei talebani e prima zona di produzione di oppio in Afghanistan.
Lo ha comunicato l’Isaf, la forza che guida la Nato in Afghanistan. In un comunicato la Nato si è giustificata dicendo che “l’incidente è avvenuto dopo che una pattuglia dell’Isaf è stata attaccata da circa 25 insorti”. Hanno aggiunto che ”trovandosi in difficoltà, i soldati dell’Isaf hanno chiesto un sostegno aereo”, e l’aereo è arrivato in soccorso “sganciando una bomba che ha messo fine ai combattimenti” uccidendo anche gli otto civili( o forse anche di più dicono fonti ospedaliere). Secondo la versione dell’ Isaf, i civili sarebbero morti perché usati come scudi umani dai talebani.
Dopo le vittime del 4 maggio il governo Afgano aveva chiesto all’occidente di modificare gli accordi sulla presenza delle truppe Nato nel paese per le incessanti uccisioni dei civili. Gli accordi che legano la Nato al governo Afgano di Garzai erano stati definiti nel lontano 2002. Oggi, nel 2009, chiedono nuovi accordi per rendere meno crudeli le azioni militari della Nato che da più di qualche tempo hanno la mira sbagliata nonostante i loro missili siano definiti “intelligenti”.
Ma le vittime che causa la guerra, sia da una parte che dall’altra, hanno uno stesso carnefice: le industrie americane di armamenti con la cooperazione dell’esercito Afghano. Questo è quello che ha denunciato ieri il quotidiano statunitense New York Times, dicendo che le forze armate afgane avrebbero ceduto le armi (di cui sono dotati dall’esercito americano) ai talebani che le utilizzerebbero contro le stesse forze della coalizione. L’inchiesta del giornale è partita lo scorso mese, quando al termine di uno scontro a fuoco nella provincia di Kunar, nell’Afghanistan orientale, tredici talebani uccisi sono stati trovati in possesso di armi riconducibili a società statunitensi che forniscono le armi alle forze armate afghane. Ma questa non è la prima volta che succede. L’anno scorso era stato appurato che a provocare la morte di nove soldati statunitensi, in una battaglia in un villaggio di dell’Afghanistan orientale, erano stati fucili d’assalto dei guerriglieri del modello AMD-65, gli stessi in dotazione alla polizia locale.

Onori Andrea

da PERIODICO ITALIANO http://periodicoitaliano.info/2009/05/20/la-nato-e-il-grilletto-facile/